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​Voce contro l’intolleranza
politica e religiosa

· Parte dal Kenya un viaggio segno di speranza per tutto il continente ·

La visita di un Pontefice rimane viva per generazioni nel cuore di quanti hanno la benedizione di poterla vivere. Il primo Papa a visitare il Kenya è stato Giovanni Paolo ii, ora santo. Durante il suo pontificato è venuto per ben tre volte nel nostro amato Paese: nel 1980, nel 1985 e nel 1995. Molte cose sono cambiate dall’ultima visita, vent’anni fa, e nel Paese sta montando l’attesa per l’arrivo di Papa Francesco. La gioia per la sua visita è palpabile, unisce l’intero Paese abitato da 44 milioni di persone appartenenti a 42 tribù.

Da quando i primi missionari dello Spirito Santo hanno messo piede a Mombasa, nel 1890, la comunità cattolica è cresciuta rapidamente. Oggi oltre quattordici milioni di keniani sono cattolici, sono distribuiti nelle quattro province metropolitane di Nairobi, Kisumo, Mombasa e Nyeri, che comprendono 24 diocesi, un vicariato apostolico e un ordinariato militare. Il numero delle nuove diocesi è cresciuto costantemente: dalle otto esistenti al momento dell’indipendenza alle ventisei attuali.

Dall’ultima visita pontificia sono state create cinque nuove diocesi. Si tratta di Kericho e il vicariato apostolico di Isiolo (1995), Malindi (2000), Maralal (2001), Nyahururu (2002).

Più di un secolo fa, nella sua enciclica Fidei donum. Papa Pio ix esortò la Chiesa a mandare più missionari in Africa. Il suo invito fu ascoltato e continua a essere ascoltato da migliaia di missionari, che hanno contribuito a realizzare stazioni pastorali in alcune delle regioni più povere e isolate del Kenya.

Lo spirito di Fidei donum è testimoniato al meglio da suor Irene Stephane, beatificata in una cerimonia ricca di colori nell’arcidiocesi di Nyeri il 23 maggio 2015. Come è stato per la beatificazione di Nyaatha — il nome Nyaatha, che significa “la misericordiosa”, è stato attribuito a suor Irene per la sua generosità e il suo amore verso i poveri — la visita di Papa Francesco è vista dai keniani come un segno di speranza in una fede rinnovata e in un risveglio della missione della Chiesa chiamata a testimoniare Cristo in questa terra.

Siamo ulteriormente rafforzati nella speranza e nella fede dall’istruzione della causa di beatificazione del cardinale Michael Maurice Otunga, ora venerabile e, di fatto, vero figlio del suolo keniano, che accolse Giovanni Paolo ii nelle sue visite al Paese e che resta un modello da imitare per le sue virtù di semplicità, passione per il lavoro pastorale e sollecitudine per i poveri, e soprattutto per il suo grande amore verso Dio e gli uomini. Ciò è una chiara espressione dei frutti del lavoro missionario, e la visita di Papa Francesco ravviverà quello spirito e lascerà un segno indelebile nella storia della nostra terra e nella sua gente per generazioni a venire.

L’ultima visita papale si svolse nella scia dei forti venti di cambiamento socio-politico che stavano attraversando l’Africa in generale e il Kenya in particolare. Nel suo discorso durante la cerimonia di benvenuto, Giovanni Paolo ii disse: «Vengo come chi è profondamente preoccupato per il destino dei popoli dell’Africa. L’Africa si trova a un crocevia. I suoi popoli e i loro governanti sono chiamati a far ricorso a tutta la loro saggezza nel difficile e urgente compito di promuovere uno sviluppo che non sia solamente economico e materiale, ma che comporti l’edificazione di una civiltà basata sul rispetto per tutti i membri della società, per i loro diritti e le loro libertà, così come per la natura spirituale di ciascuna persona». Le sue sagge parole giungevano molto opportune.

All’epoca, nel Paese era in atto una transizione socio-politica. Di fatto, la visita del Papa annunciò un tempo di grandi cambiamenti per il nostro Paese; cambiamenti che la Chiesa in Kenya, all’epoca, ha aiutato a modellare e a guidare.

La prima visita di Papa Francesco in Kenya non sarà molto diversa. Anche se nel Paese tante cose sono cambiate, le sfide sono molto simili. Milioni di keniani vivono ancora in povertà. Le famiglie si spezzano sotto la forte pressione del materialismo e del crollo dei valori africani. Le politiche divisive, la corruzione e le differenze di etnia vissute in maniera negativa continuano a erodere la nostra società. La Chiesa è stata ed è in prima linea nell’indicare queste sfide e sollecitare attivamente il Governo a risolverle.

Per quanto riguarda il lavoro pastorale, la Chiesa ha compiuto progressi immensi nel corso degli anni. Le vocazioni sono prosperate; abbiamo ora centinaia di seminaristi. Oggi possiamo dire con orgoglio che la Chiesa in Kenya sta inviando missionari nel mondo. Centinaia di nostri sacerdoti, religiosi e religiose servono in Europa, Asia e America.

Riteniamo necessario non solo andare incontro ai bisogni spirituali dei milioni di persone che hanno bisogno di Cristo nella loro vita, ma anche dare testimonianza attraverso il servizio alla comunità. Qui la Chiesa cattolica gestisce oltre ottomila scuole, 470 strutture sanitarie e 18 scuole di medicina.

Il futuro della Chiesa in Kenya è luminoso. Lo rispecchiano la Pontificia infanzia missionaria, sempre più viva nelle ventisei diocesi, e la partecipazione attiva dei giovani. Sono loro il nostro futuro, i pilastri.

Quando il Papa toccherà per la prima volta il suolo africano, ricorderemo il suo consolante messaggio di condoglianze nel nostro momento più buio quando, il 4 aprile 2015, alcuni terroristi uccisero 147 studenti all’università di Garissa. Allora, in un messaggio a tutti i keniani, Papa Francesco inviò «l’assicurazione delle sue preghiere e della sua vicinanza spirituale alle famiglie delle vittime e a tutti i keniani in questo momento di dolore», affidando «l’anima dei defunti all’infinita misericordia di Dio Onnipotente» e pregando «perché tutti coloro che li piangono trovino consolazione nella loro perdita. Insieme a tutte le persone di buona volontà nel mondo intero». Il messaggio continuava così: «Sua Santità condanna questo atto di insensata brutalità e prega per un cambiamento del cuore di quanti l’hanno perpetrata», e «invita tutti coloro che hanno autorità a raddoppiare i propri sforzi per lavorare con tutti gli uomini e le donne in Kenya per porre fine a questa violenza e accelerare l’alba di una nuova era di fratellanza, giustizia e pace».

La visita di Francesco rafforzerà la nostra determinazione a combattere il terrorismo e a incoraggiare lo spirito di tolleranza religiosa e coesione in tutto il mondo. La sua presenza renderà concrete le sue parole: lui viene per esprimere la sua empatia con tutti coloro che hanno perso persone care a causa dell’intolleranza politica o religiosa. La sua presenza fisica parlerà con voce più alta rispetto alle parole e dirà: «Fratelli, vengo per “sentire” con voi e accompagnarvi verso la fine del cammino; non abbiate paura!».

La visita del Papa è un dono di Dio; egli viene per risollevare l’Africa nella speranza e nella fede, per incoraggiare e motivare il mondo perché non tutto è perduto e per rafforzare la nostra determinazione a cercare di fare del Kenya la perla d’Africa. Karibu (“benvenuto”) in Kenya, Papa Francesco!

di John Njue,
Cardinale arcivescovo di Nairobi

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18 marzo 2019

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