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Vocazione di un servo inutile

· Nel romanzo «Notturno sull’Isonzo» di Alojz Rebula ·

«Ci sono preti che si sono comportati e si comportano da altoparlanti di Gesù Cristo, non solo con le parole, ma anche con i fatti. Altri hanno scelto la vita quieta, il tran tran: nessun nemico. Io dico: se un prete non ha nemici, non è un prete. Gesù crea una rottura tale che lo chiamano “segno di contraddizione”». Così parlava il sacerdote, realmente esistito (don Raimondo Viale), protagonista del libro di uno scrittore italiano certamente “laico” come il piemontese Nuto Revelli. Fu lui, poco tempo prima della sua morte, avvenuta nel 2004, a inviarmi questa sua opera emblematicamente intitolata Il prete giusto e pubblicata nel 1998.

Lo sfondo era quello della Resistenza al fascismo e all’esercito tedesco di occupazione, con la tormentata esperienza vissuta da non pochi sacerdoti impegnati a contatto diretto con il dramma della loro gente. Il pensiero mi è corso a quest’opera quando ho letto, su sollecitazione di amici sloveni, il romanzo storico Notturno sull’Isonzo , composto da uno dei maggiori scrittori e intellettuali di quella lingua, Alojz Rebula, classe 1924, e appena tradotto da Martina Clerici (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2011, pagine 304, euro 17) con una nota finale molto suggestiva di un sacerdote giornalista di Capodistria, Božo Rustja. Infatti, anche in questo libro protagonista è un sacerdote realmente esistito, don Filip Tercelj (1892-1946) che nella finzione letteraria prende il nome di Florijan Burnik.

I luoghi geografici cari all’autore, che è cittadino italiano della minoranza slovena, fanno da sfondo a una vicenda striata di sangue e di violenza ma, nello stesso tempo, intrisa di eroismo e di carità. Si attraversa idealmente l’incrocio convulso di tre dittature, in cui si incontrano e si scontrano gli aneliti e le invocazioni di un popolo con i tradimenti, le meschinità e l’arroganza di chi pretende di cambiare con la prevaricazione, la violenza e l’ingiustizia il destino dell’umanità. Così, il desiderio di redenzione, le preghiere e le aspirazioni, sussurrate o gridate lungo i pendii delle montagne, nelle valli, nelle chiese e nelle case, diventano i luoghi dell’anima, una sorta di geografia dello spirito alla ricerca della pace, della libertà, della giustizia.

Entro queste coordinate storico-geografiche la parabola di Florijan affronta il tema della libertà di coscienza dinnanzi alla violenza dei regimi totalitari «senza prestare orecchio ad altro che non fosse l’esistenza delle cose, silenziosa e solenne (...) egli voleva prestare ascolto all’anfiteatro del bosco, al suo verde: Sono solo di passaggio» (p. 278). Tra tutti i libri di Alojz Rebula che hanno per protagonista un uomo di Chiesa, Notturno sull’Isonzo assume, allora, una funzione quasi emblematica perché descrive il tragico destino che investì tanti preti sloveni, vittime dei totalitarismi del secolo scorso. Infatti, il protagonista del romanzo è dapprima incalzato dai fascisti in casa propria, ai quali si oppone con coraggio, è poi confinato ed esiliato in Italia (a Campobasso), viene rinchiuso in un campo di concentramento dai nazisti (a Dachau) e infine, nel dopoguerra è assassinato brutalmente dai comunisti.

Il romanzo si trasforma, allora, in una testimonianza in memoria di tutti i sacerdoti sloveni della cosiddetta Primorska (“litorale”), la loro terra d’origine, che, accettando la persecuzione e mettendo a repentaglio la loro vita, furono sempre pronti a difendere la dignità umana e il diritto fondamentale di ciascun uomo di onorare Dio nella sua lingua madre e di conservare la propria identità nazionale, e la fede professata. Le pagine tracciano, dunque, l’avventura di questo ardito missionario che interroga se stesso, gli altri e anche Dio sul senso del vivere e del morire, sulla libertà e sull’eternità, sul presente, sul passato e, soprattutto, sul futuro, fino a pagare con la propria vita l’impegno per dare dignità e significato al vivere umano sulla terra.

Sempre sulla scia delle evocazioni parallele, ritornano alla mente alcune righe del Quinto evangelio di Mario Pomilio: «Un prete (...) è sempre un sospetto: ciascuno pretende di trovarlo conforme a un ruolo; ciascuno lo vuole coerente con l’idea che se n’è fatta; ciascuno si stupisce pel coraggio di una scelta che per la sua irreversibilità s’è cambiata in destino». È quasi la ripresa ideale dell’esperienza interiore del prete di Revelli e di quello di Rebula. Infatti, quando si incarnano nell’umana debolezza di un individuo gli insegnamenti evangelici relativi alla missione del consacrato — così totali, radicali e assoluti — incontrano a volte una resistenza spontanea e intima tale da scatenare una vera reazione contro Dio.

Al «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» ( Matteo , 5, 48) si contrappone la crisi dell’uomo impigliato nelle maglie del peccato o del dubbio; i ritmi della vita di un pastore d’anime si snodano nella soffusa spiritualità dei trattati di mistica ma anche nel drammatico realismo della quotidiana avventura, che fa dire al protagonista: «Immaginiamo di guardare il mare nel punto lontano dove confluisce nel cielo. Ebbene, l’eternità è un simile confluire della nostra vita nel cielo. È l’orizzonte che va oltre i nostri anni e i nostri mesi, oltre i nostri calcoli e le nostre inquietudini, oltre le nostre sofferenze» (p. 90). Si intrecciano, così, desolazione e fede, paura e speranza, dubbio umano e grazia divina. Il prete si sente, perciò, anche in se stesso “segno di contraddizione”.

Un altro sacerdote che è stato un importante testimone della nostra contemporaneità, don Lorenzo Milani, affermava: «Il prete è uomo diverso dagli altri, uomo che valuta con un metro con cui nessuno valuta, che stima ciò che gli altri disprezzano e disprezza ciò che ognuno stima. Qualcosa di radicalmente diverso dall’uomo del mondo». Perciò il romanzo, pur trattando tematiche cruciali e fortemente problematiche appartenenti a una società e a un’epoca storica, non lascia mai il suo protagonista in ostaggio a un senso di precarietà e di inquietudine o di disperazione. Anzi, la tensione si scioglie, anche se resta tutta l’amarezza delle esperienze vissute e il senso della propria piccolezza di fronte alle tragedie collettive. Il sacerdote è, quindi, diverso, ma profondamente incarnato nella sua terra e nelle vicende drammatiche di un popolo ove si colloca come un seme di libertà e di speranza.

Il campo di questa lotta è, quindi, la vita comune della gente alle prese con il dolore, la malattia, la paura e il tradimento. Con un percorso di sofferenza interiore, Florijan capisce che la vera vocazione sacerdotale si realizza in questa oblazione per il suo popolo. Sempre per continuare il filo delle comparazioni letterarie si affaccia alla memoria il romanzo di Rodolfo Doni, uno scrittore da poco scomparso, Servo inutile , in cui si trova questa confessione del protagonista: «Era la vocazione comunitaria, il “carico dell’universo”, il cristificarsi che mi pareva sempre più essere la sola vera identità del prete (...) Allora io avevo ripercorso un lungo cammino per ritrovarmi a quello che è il punto di partenza: Cristo? Esso resta un nome vuoto spesso, ora era carne e sangue di me? Farmi disponibile agli altri». Così, nelle pagine di Notturno sull’Isonzo , il ministero sacerdotale emerge, pur sullo sfondo di scelte talvolta discutibili delle istituzioni ecclesiastiche, come il segno della gratuità evangelica. L’apparente “inutilità del servo” è in realtà la sua vocazione a portare il Cristo agli altri, a esserne il segno nel deserto della storia.

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15 settembre 2019

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