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Viviamo o sopravviviamo?

L’ora è grave. Una semplice panoramica sulle nostre comunità monastiche femminili fa fremere: il silenzio si fa voce di mistero. Viviamo o sopravviviamo? Non si ascolta forse il grido di un’umanità in via crucis, invitata a risollevarsi da colui che chiama a vita la mattina di Pasqua?

L’ora è grave. Per una priora, presidente di una congregazione internazionale — Francia, Madagascar, Vietnam, Benin ed Etiopia — dalle realtà tanto diverse, in termini di fede, ma anche di vita politica, economica e sociale. Dalla sopravvivenza al consumismo, le nostre comunità sembrerebbero resistere, adoperarsi, affondare, per mancanza di finanze o di vocazioni, per mancanza di riferimenti o di radici: tutte attraversano l’oggi agitato, violento, incerto, ancorate alla Parola, a Cristo vivente, risorto! Sull’altra sponda, lui è segno!

L’ora grave non è forse l’ora della grazia? L’oggi non è forse l’ora di Cristo? Essere, oggi, donne consacrate in un monastero è ora di grazia e di solidale comunione con ogni donna nel mondo.

«Donna, perché piangi? Cosa cerchi?». Queste parole di Gesù a Maria Maddalena squarciano il duro silenzio della morte per svelare il mistero, il nostro mistero, quello che immobilizza nel chiostro di un monastero. Lì, ogni sorella piange e cerca. La donna piange: piange un morto, non importa quale morto. Piange colui in cui ha creduto, colui che ha seguito, perché l’ha guardata, l’ha ascoltata, le ha ridato dignità di donna. Piange come tutte le donne straziate dalla violenza, dalla sofferenza e dalla morte. Piange dalle viscere per portare la vita, donarla, custodirla. Piange come piangiamo davanti alle tante sofferenze che attraversano la vita, la sconvolgono senza avere l’ultima parola! Piange ma non è pianto disperato. Sono lacrime di ricerca: nella memoria del cuore, delle mani che hanno accarezzato, delle orecchie che hanno udito parole di tenerezza e di vita. Cerca come tutte le donne l’essenziale da donare, da curare, da proteggere: la vita. Cerca, come noi cerchiamo, la scintilla della vita risorta che fa correre anche nella notte.

Anche oggi si versano lacrime: per quali ferite, in quale ricerca?

Come donna consacrata secondo la vocazione monastica benedettina, come madre della mia comunità, vivo il mistero del dolore — che in modi diversi e complessi segna tante donne nel mondo — nel segno della fede, della solidarietà, della speranza.

Piango di compunzione: «Lui mi ha amata e si è donato per me!». La croce si erge e fa segno: «Per te!».

Piango di compassione: «Perché il male e la sofferenza?». La croce domina e Dio s’inchina.

Piango di collera: «Non sanno quello che fanno!». La croce è lì, piantata e tanti passano scuotendo la testa.

Piango nell’affidamento: «Nelle tue mani, rimetto il mio spirito».

Dalla croce, la sofferenza quotidiana è chiamata alla vittoria della resurrezione, parla e convoca la terra! Non sono forse le lacrime che corrono nel mondo a essere tessute in una storia di alleanza?

In questa storia cerco di prendere posto, accanto a ogni donna che come me è silenziosamente in ricerca, verso l’oltre. Cerco di diventare poco a poco donna, sorella, madre. Cerco di servire la saggezza, di assumere l’impotenza il più gioiosamente e liberamente possibile, di indicare alle monache dei monasteri presenti nei vari territori la chiamata che viene dal mattino di Pasqua e che ci inchioda al pozzo della resurrezione e della speranza. Un cammino è sempre possibile non per sopravvivere, ma per vivere in pienezza: donne vive, in piedi, felici di sapersi amate, salvate, pronte a condividere la gioia dell’annuncio cristiano.

È l’ora della grazia! La grazia di sentire la potenza operante che rovescia le montagne e invita a rimanere per lodare e vivere sulla Parola, per costruire il regno, collaborare, lottare e sperare contro ogni speranza.

È l’ora delle sfide. Per diventare donne dell’incontro, donne dell’attesa fiduciosa, donne tenaci nella fede, donne che sanno il sapore delle lacrime e per questo della speranza.

Donne della mattina di Pasqua, benedettine, siamo in cammino di umanità con tutti, affinché la fraternità possa essere ritrovata: là dove uomini soffrono, là dove la morte si aggira, là dove l’angoscia attanaglia, là dove le parole tacciono, là dove la paura paralizza, là dove la vulnerabilità è accolta, là dove la nudità è coperta, là dove la verità dell’essere genera, là dove la grazia di essere donna è fonte di dolcezza e di tenerezza, là dove il segno della donna non ha bisogno di essere spiegato, là dove la sua dignità e la sua vocazione non devono essere difese. Che bella sfida: vivere di Cristo!

Passare dal sopravvivere nella frammentazione del tempo al vivere in unità di vita. Il kèrygma, annuncio gioioso della vita, sostanzia la ferialità dell’oggi. Lode orante, lavoro, vita in semplice fraternità, aperta alla gratuità ospitale nel segno della misericordia. Questo modo di viversi come donne può essere capito?

di Madeleine Caseau, Priora del monastero di Sainte Bathilde (Vanves, Francia)

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14 dicembre 2019

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