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​Vivere il Vangelo dal di dentro

Io sono fra quelli che hanno amato molto il teologo Ratzinger, che ha accompagnato i miei anni di seminarista e di giovane sacerdote. Quando è diventato Benedetto XVI, abbiamo accolto con gioia i grandi documenti del suo pontificato come Deus caritas est e Sacramentum caritatis. La sua rinuncia al servizio papale è stata come un’apoteosi e ha mostrato quanto questo grande teologo sia stato un grande Papa e, a suo modo, checché ne dicano alcuni media, un pastore. E noi abbiamo accolto Papa Francesco, non nella rottura ma nella continuità, come avrebbe detto Benedetto XVI. Nelle parrocchie di cui sono responsabile quanti sono più impegnati nella vita della Chiesa e della società hanno accolto con gioia questo Papa gesuita venuto d’oltreoceano. Certo lui ci scuote. Benedetto xvi parlava di amore e carità, Francesco prosegue usando il registro della misericordia. Fin dall’inizio, ho detto ai miei parrocchiani: «Stiamo attenti, certo ha scelto il nome di san Francesco d’Assisi ma è un gesuita, potrebbe portarci molto più lontano di quanto immaginiamo». Capisco che quanti continuano a guardare nello specchietto retrovisore, immaginando una Chiesa immobile — che non è mai stata veramente tale — o che si preoccupano solo di fare carriera nella Chiesa, si sentano a disagio. Come potrebbe essere altrimenti? Certo, Francesco talvolta è brusco nel suo modo di fare, ma di cosa ci parla se non della gioia del Vangelo e della misericordia? Da buon gesuita, ci rimanda alla nostra personalità. Non basta applicare le regole, bisogna vivere il Vangelo dall’interno, e una cosa non contraddice l’altra. Francesco ci invita ad andare più lontano, più in alto, «a prendere il largo». Allora non rinunciamo al piacere di avere Francesco. La mia reazione è la stessa dei miei parrocchiani, di quelli più assidui e di quelli meno impegnati.

di Gwenaël Maurey

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25 aprile 2019

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