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Per vivere
al livello del cuore

· La comunità dell’Arca e l’ascolto dei più deboli ·

E' stato nel 1963, durante una visita al mio padre spirituale, cappellano di un piccolo centro per persone affette da handicap mentale vicino a Parigi, che ho scoperto il dramma di quanti hanno un handicap mentale. Erano certamente gli uomini e le donne più rifiutati di questo mondo, disprezzati ed esclusi dalla vita sociale. Spesso i genitori si vergognavano di avere un figlio “così”, allora lo mettevano in un istituto perché nessuno sapesse della sua esistenza. Venivano chiamati ritardati, deficienti, oligofrenici, idioti. Erano trattati come se non fossero veramente umani.

Jean Vanier all’Arca

Dopo quella visita al mio padre spirituale, parlai con alcuni genitori, visitai degli ospedali psichiatrici e, soprattutto, mi recai in un istituto vicino a Parigi: poteva accogliere quaranta uomini con handicap, ma in realtà ne ospitava ottanta. C’era molta violenza. Il responsabile apriva le porte a persone affette da handicap mentale per aiutare i genitori che si trovavano in situazioni di difficoltà estrema, ma non cercava di sviluppare la personalità e l’umanità dei residenti. Di fronte a quella rivoltante situazione, decisi di lasciare il mio lavoro di insegnante per accogliere due uomini senza famiglia che risiedevano in quell’istituto. Grazie ad alcuni amici, potei comprare una piccola casa per viverci con Raphaël e Philippe, come in una famiglia. Ero assistito da un eminente psichiatra e dal mio padre spirituale. Liberandoli da quell’istituto, volevo aiutarli a vivere in modo umano, a sviluppare la loro libertà e i loro doni, e a conoscere Gesù.

Alcuni amici mi aiutarono. Dovevo imparare tutto sulla vita comunitaria e anche sul modo di “vivere con” e aiutare le persone con un handicap. Era nostro desiderio condividere la vita, lavorare insieme in giardino e in casa, preparare i pasti, mangiare insieme, pregare, invitare amici e fare qualche uscita.

Gesù afferma che quelli che invitano alla loro tavola le persone escluse sono beati. Condividere un pasto nella visione biblica significa diventare un amico, un compagno. Il compagno è colui con il quale si mangia il pane, cum pane. Vivendo e mangiando insieme, cominciammo a conoscerci e ad amarci, a diventare amici. La nostra vita era felice. 

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25 marzo 2019

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