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Vittoria sulla morte

· Dal dramma della passione alla luce della risurrezione ·

Tra il 1817 e il 1821, il marchese Luigi Biondi, per volontà della duchessa Marianna di Savoia Chablais, condusse alcuni scavi nella tenuta di Tor Marancia, dove si estendeva un denso sepolcreto, racchiuso da un recinto funerario, proprio sopra le catacombe di Domitilla, al ii miglio della via Ardeatina, le più grandi tra quelle romane, con ben dodici chilometri di gallerie disposte su quattro piani. Durante questi scavi pionieristici e precedenti alla grande attività archeologica di Giovanni Battista de Rossi che, di lì a un ventennio, avrebbe intercettato la basilica semi-ipogea dei Santi Nereo e Achilleo, si scoprì un prezioso sarcofago scolpito in marmo lunense, largo oltre due metri e riferibile agli anni 340-350 dopo Cristo.

Pannello musivo con Simone di Cirene nella basilica di Sant’Apollinare Nuovo  a Ravenna

L’arca marmorea meravigliò subito lo scopritore, non solo e non tanto per la monumentalità, ma soprattutto per la tettonica che scandisce la fronte con ben sei colonne elicoidali, che sostengono timpani, architravi e una nicchia centrale, come per emulare un fastoso edificio di culto o un palazzo di corte. Lo spazio è, dunque, cadenzato da una scansione a colonne, che dà luogo a cinque spazi campiti da altrettante scene ispirate al rarissimo tema della passio Christi, che si dispiega ai lati di una rappresentazione centrale allusiva al mistero della resurrezione. Qui, la maestosa croce latina appare insignita da una corona di alloro lemniscata, che include un crittogramma del tipo costantiniano, nel senso che intreccia la x e la p, per emulare il segno celeste delle apparizioni costantiniane prima della battaglia di Ponte Milvio. Sui bracci corti della croce trionfale si posa una coppia di colombe, mentre ai piedi dello strumento patibolare, qui trasformato in luminoso segno di vittoria, si riconoscono i due militari romani, incaricati di vigilare il sepolcro di Cristo. I due soldati sono come storditi e ipnotizzati dinanzi alla visione del signum caelestis, tanto che l’uno guarda fisso il monogramma vittorioso e l’altro, vinto dal sonno, si accascia addormentato sul proprio scudo.

di Fabrizio Bisconti

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21 agosto 2017

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