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Vittime
innanzitutto

· Un convegno sui bambini soldato ·

Provengono da diversi continenti — l’uno dall’Africa, l’altro dal Sud America — però sono uniti da una stessa esperienza, un dramma che ha segnato per sempre la loro vita: il sierraleonese Alhaji Babah Sawaneh e il colombiano Alberto Ortiz sono stati bambini soldato, entrambi vittime di conflitti che non li riguardavano. La loro testimonianza, con accenti di dolore misto a speranza, è stata un momento di particolare riflessione durante il convegno internazionale svoltosi a Parigi il 21 febbraio, intitolato «Proteggiamo i bambini dalla guerra», promosso dal ministero degli esteri francese e dall’Unicef.

«Quando avevo dodici anni, stanco della mia vita in una regione sperduta dove lo stato era assente, senza possibilità di studiare e di vivere in maniera decorosa, con mio padre che mi picchiava, mi sono detto che l’unica via di uscita consisteva nell’arruolarmi nelle Farc» racconta Alberto, oggi studente in economia. «Sono entrato nel gruppo insieme a mia sorella, nonostante le minacce di mio padre, con la speranza di poter tornare più tardi dai miei — come mi era stato garantito — per aiutarli. Ovviamente non è stato così». Ho sperimentato «la vita da vero combattente, trattato esattamente come gli altri guerriglieri adulti; mia madre e i miei amici mi mancavano tanto, giorno e notte ero terrorizzato dalla paura di essere sorpreso dall’esercito regolare» afferma Alberto. «All’età di quindici anni — dichiara colmo di rimpianti davanti a un’assemblea di circa duecento persone — ho lasciato le Farc, dopo avere perduto tre anni della mia vita che mai più potrò recuperare». Si esprime così anche Alhaji Babah Sawaneh, che ha combattuto durante la guerra in Sierra Leone negli anni 1990, salvato dalle Nazioni unite nel 2000. «È tutta una parte della mia vita, lunga due anni, che mi è stata rubata. Sono stato sfruttato mio malgrado per fare il male. Un periodo che mi è molto difficile dimenticare». Scomparsa la famiglia, Alhaji ha avuto enormi difficoltà a integrarsi nuovamente nella società. Con l’aiuto di un gruppo di amici, tuttavia, il giovane è riuscito a completare la scuola e a iscriversi all’università. Dal 2013 lavora per un’associazione che si prende cura dei bambini costretti a prendere le armi. «Quando ci si è confrontati con tali atrocità, si prova a vedere le cose in maniera positiva» confida Alhaji, che fu il primo ex bambino soldato a prendere la parola davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu nel 2001.

Sono tuttora 246 milioni i bambini che vivono in zone di guerra, secondo i dati dell’Unicef. Alhaji e Alberto sono due dei 115.000 bambini soldato liberati dal 2000, di cui 8000 nel 2015. «Anche se hanno certamente compiuto dei crimini, tutti questi bambini rimangono innanzitutto delle vittime» sottolinea Maria Angela Holguin, ministro degli affari esteri della Colombia. Un parere condiviso da tutti i partecipanti al convegno, tra cui Anthony Lake, direttore generale dell’Unicef. Per lo svizzero Peter Maurer, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, «certe ferite si vedono, altre no: uscire dallo spiraglio della guerra è molto difficile, ma sono impressionato dalla loro forza psicologica, dalla loro volontà di sopravvivere».

L’algerina Leïla Zerrougui, rappresentante speciale delle Nazioni unite per la sorte dei bambini nei conflitti armati, afferma: «Nel mio sopralluogo in Colombia, sono rimasta colpita dal fatto che non occorrono così tanti sforzi per cambiare la vita di un bambino, permettendogli di lasciare le armi». I partecipanti al convegno hanno tutti concordato sul fatto che gli ex bambini soldato possono diventare attori di pace. «Un bambino a cui viene data la possibilità di andare a scuola può diventare un leader nel suo paese, come è accaduto per un bambino della Repubblica Democratica del Congo, arruolato di forza a dodici anni, oggi presidente di una Ong» racconta Zerrougui. Sedere sui banchi della scuola, in effetti, consente all’ex bambino soldato di tornare a vivere come un bambino qualsiasi e inserirsi nella società.

Ma prima di tutto bisogna ovviamente contrastare l’arruolamento di bambini, maschi e femmine. Questo era stato il tema di un primo convegno svoltosi in Francia dieci anni fa, nel febbraio del 2007. Al termine di quel convegno intitolato “Liberiamo i bambini dalla guerra”, fu stabilita una lista di principi e impegni contro l’utilizzo di bambini da parte delle forze armate governative e gruppi armati. Da allora, hanno assicurato la loro adesione 108 stati, di cui tre durante il convegno del 21 febbraio 2017. In questi ultimi dieci anni si sono verificati progressi nell’impegno per liberare i bambini soldato ed evitarne l’utilizzo in atti di guerra. «Per produrre un effetto occorre parlare con tutti i belligeranti, richiamando il diritto internazionale e sottolineando che è l’intera comunità internazionale a condannarli» spiega Leïla Zerrougui. Pertanto «è fondamentale ottenere il consenso di tutti, finché tutti gli Stati non garantiscano che non ricorreranno più ai bambini nei teatri di guerra. Noi diciamo ai governi: se volete andare avanti, date voi l’esempio per primi — spiega ancora Zerrougui — e questo perché sarà soltanto quando i governi mostreranno una piena determinazione, che i gruppi armati, come le Farc in Colombia, li seguiranno». Altri gruppi armati che utilizzano bambini soldato a scopi terroristici, come Boko Haram in Nigeria, non potranno invece mai essere interlocutori veri. Per diminuire l’influenza di questi gruppi è necessario isolarli, perché non godano più dell’appoggio della popolazione.

Rimane ancora molto da fare, come ha riconosciuto lo stesso presidente francese, François Hollande, aprendo il convegno, perché i bambini non frequentino più i campi di battaglia ma le aule scolastiche, riferendosi anche ai 17.000 bambini soldato reclutati dal 2013 nel Sud Sudan, in preda a una guerra civile senza fine. Allo stesso tempo, però, bisogna continuare a sperare, come ha insistito Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, un altro paese africano martoriato dalla guerra civile fino a una quindicina di anni fa, e dove i bambini «sono tornati finalmente a scuola e non sentono più ogni giorno gli spari intorno a loro».

da Parigi Charles de Pechpeyrou

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25 marzo 2017

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