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​Vittime e carnefici

· ​La difficile divisione delle responsabilità nei territori liberati dall’Is ·

Il conflitto contro il sedicente Stato islamico (Is) sembra quasi uscito dai radar dell’attenzione internazionale, con la sua sconfitta, almeno sul piano militare e del controllo del territorio, dato che la questione della capacità di colpire con il terrorismo resta purtroppo aperta. Non hanno però trovato conferme i “rumors” dei primi mesi di quest’anno sulla sorte dei prigionieri del gruppo jihadista, per anni ostaggi e vittime di una sistematica barbarie. Al tempo stesso, non sono del tutto chiari il numero né l’identità dei combattenti dell’Is, compresi gli stranieri, e soprattutto dei loro presunti fiancheggiatori rastrellati e catturati in Iraq e in Siria. Né al momento sulla loro sorte offre certezze il diritto internazionale, anche considerando che fino a oggi non si è trovato il modo di conferire alla Corte penale internazionale dell’Aja competenza sull’intera vicenda dell’Is in Iraq e in Siria.

Resta il fatto che il futuro di quanti per anni hanno subito le vessazioni — e l’indottrinamento — del gruppo jihadista è un problema gigantesco, certo non risolvibile ritenendoli tutti genericamente prigionieri di guerra. Tragica è in specie la condizione dei bambini nati dai matrimoni con i miliziani imposti alle donne catturate, oggi in gran parte orfani abbandonati. Ancora più tragica quella dei tanti ragazzini o al più adolescenti che sono stati testimoni di violenze brutali, poi costretti a imbracciare le armi e compiere a loro volta delitti inumani, vittime che l’età fa innocenti e che sono state trasformate in carnefici, torturati diventati torturatori, in un’oscena escalation della cosiddetta sindrome di Stoccolma, il legame morboso che un prigioniero può stringere con il suo carceriere.

La legge internazionale riconosce ai bambini soldato reclutati da gruppi armati lo status di vittime, da liberare e reinserire nella società. Ma in questo caso i numeri sono impressionanti e riabilitare, attraverso programmi mirati, una generazione pervasa da un’ideologia delirante trasmessa già durante l’infanzia non è un’impresa facile. E il futuro che li aspetta minaccia di trasformarsi in una prigione a vita, anche se senza sbarre.

Secondo l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch (Hrw), oltre millecinquecento minori catturati dalle Forze democratiche siriane, sostenute dagli Stati Uniti, sono detenuti, e «spesso sono stati torturati per estorcere confessioni di sospetta appartenenza all’Is nei territori un tempo sotto il controllo dell’organizzazione jihadista». Molti di questi adolescenti, secondo Hrw, sono stati condannati a pene detentive dopo «processi frettolosi e ingiusti» e tra questi ci sono almeno 185 minori stranieri condannati per presunte connessioni con i miliziani dell’Is.

Nella comunità internazionale c’è poi differenza di vedute sul fatto di rimpatriare e processare gli stranieri che negli anni si erano uniti alle milizie dell’Is, i cosiddetti foreign fighters. Tolti ovviamente i casi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per gran parte di quelli catturati potrebbe essere difficile produrre prove che reggerebbero nei tribunali dei paesi democratici. Shiraz Maher, direttore del Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione, ha scritto in proposito che «per varie ragioni legali, molte di quelle che sono chiamate “prove sul campo di battaglia” non sarebbero ammissibili in tribunale. Il risultato è che alcuni combattenti rimpatriati potrebbero semplicemente essere rilasciati una volta tornati in patria». Ancora più incertezza c’è sulla sorte di quanti, soprattutto donne, sono andati nel “califfato” ma non hanno partecipato a combattimenti o ad atti di violenza. Su diversi media europei sono state pubblicate interviste a queste persone che chiedevano di tornare a casa. Secondo Maarten van de Donk, membro del Radicalisation Awareness Network della Commissione europea, l’organismo che si occupa di monitorare l’incidenza dei fenomeni di adesione al terrorismo di matrice pseudoreligiosa, «dipingere le donne come innocenti e gli uomini come colpevoli rientra in una visione manichea della realtà. Non tutte le donne sono innocenti, alcune lavoravano per la polizia dell’Is e sappiamo anche che molte di loro lavoravano nel reclutamento».

Più drastica è la posizione di Maher, secondo il quale anche gli stranieri che non hanno combattuto hanno comunque contribuito ad alimentare la macchina propagandistica dell’Is, dato che «si tratta di individui altamente radicalizzati che hanno dato un sostegno intangibile all’Is attraverso la semplice presenza sul territorio; la loro presenza ha rappresentato una sorta di vittoria morale e propagandistica per il gruppo». In pratica, espatrio irregolare a parte, sarebbero colpevoli di connivenza con il nemico e di reato d’opinione.

di Pierluigi Natalia

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25 agosto 2019

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