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Vittime
del karoshi

· Il fenomeno del superlavoro tra i giovani giapponesi ·

Il governo giapponese ha recentemente annunciato misure per ridurre la quantità di straordinari che i dipendenti possono fare, nel tentativo di contrastare il fenomeno delle morti da super lavoro (karoshi). In Giappone la morte da superlavoro non è affatto un evento raro. Nel 2015 il governo ha ufficialmente riconosciuto circa 2000 casi e si stima un numero ancora maggiore per il 2016.

Ma se karoshi è diventata una parola ricorrente nei discorsi dei giapponesi lo si deve al caso di una ragazza ventiquattrenne che si è tolta la vita prima di Natale. La giovane si era gettata dal terzo piano della stanza del dormitorio nel quale viveva. I media internazionali non hanno evidenziato abbastanza questo particolare. Il luogo del suicidio la dice lunga, infatti, sul reale significato del lavoro per un giovane giapponese: mangiare e dormire nello stesso posto dove si lavora (soprattutto nei primi anni dopo l’assunzione) è una prassi quasi scontata. Il suicidio della ragazza è avvenuto in un’azienda tra l’altro già tristemente famosa per il trattamento disumano a cui sottoponeva da anni i propri dipendenti.

Il grande clamore suscitato, e non solo in Giappone, da questo caso è dovuto ad alcuni messaggi diventati virali sui social media. La giovane, che totalizzava una media di 105 ore di straordinari al mese, aveva infatti condiviso su Twitter, senza giri di parole ed eufemismi, il proprio stato d’animo: «Hanno deciso ancora una volta che dovrò lavorare sabato e domenica. Ho seriamente voglia solo di farla finita». Si leggeva in uno dei suoi tweet poco prima di compiere il gesto estremo.

Un sondaggio del governo giapponese ha rivelato che un quinto dei dipendenti del paese deve vedersela con il rischio di morte da superlavoro. Il 22,7 per cento delle imprese impiegano personale che produce più di 80 ore di straordinario al mese. Queste 80 ore — circa quattro ore al giorno da aggiungere ai normali orari di ufficio — sono ufficialmente conosciute come soglia oltre la quale il rischio di morte si moltiplica in modo drammatico. Ma nel 12 per cento delle aziende i dipendenti producono ben oltre le 100 ore mensili di straordinarie.

Quasi il 30 per cento di questi dipendenti oberati di lavoro sono impiegati nel settore dell’It e delle comunicazioni, come in quelli del mondo accademico, dei servizi postali e di trasporto.

Il governo sta cercando di attuare un cambiamento di mentalità all’interno delle aziende per incoraggiare maggiore flessibilità e, conseguentemente, ridurre lo stress. «Il Giappone ha bisogno di ridurre le ore dedicate al lavoro allo scopo di indirizzare il tempo alla famiglia, ai figli e anche alla cura degli anziani», ha ribadito recentemente un portavoce dell’esecutivo.

Il primo ministro, Shinzo Abe, e il suo governo alla ricerca di un metodo efficace per imporre un limite allo straordinario stanno per varare un sistema chiamato «Premium Venerdì». La campagna, guidata dalla Japan Business Federation, permetterà ai lavoratori di lasciare presto l’ufficio l’ultimo venerdì di ogni mese.

Ma i critici di questa iniziativa non hanno tardato a farsi sentire, mettendo in evidenza come con questa misura non si stabilisce in alcun modo un migliore equilibrio tra ore dedicate alla propria vita privata e quelle destinate al lavoro, tanto più che la Japan Business Federation ha relativamente pochi membri: 1300 aziende su oltre 2,5 milioni di imprese registrate.

Allo stesso tempo il Giappone si ritrova a essere uno dei paesi al mondo meno generosi per quanto riguarda le ferie. I dipendenti hanno mediamente diritto a dieci giorni di ferie pagate, ma a zero festività nazionali retribuite (l’Australia, in confronto, offre 20 giorni di ferie pagate e otto giorni di festività pubbliche pagate). Non solo. Molti lavoratori non utilizzano nemmeno la metà dei giorni di ferie che hanno a disposizione.

Allo stato attuale il governo giapponese punta a ridurre la percentuale di dipendenti che lavorano più di 60 ore alla settimana a meno del cinque per cento della forza lavoro totale, ed entro il 2020 (data non certo casuale, in quanto è l’anno delle Olimpiadi che si svolgeranno a Tokyo, ovvero quando gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sul paese) intende convincere i lavoratori a prendersi almeno il 70 per cento delle vacanze a cui hanno diritto.

Ma il problema delle morti da superlavoro difficilmente potrà essere risolto dall’alto: attraverso una legislazione tra l’altro già sperimentata in anni passati e con scarsi risultati. Il karoshi è un problema che nasce innanzitutto dalle dinamiche sociali all’interno della società giapponese: la pressione sociale in combinazione con il desiderio di non deludere le aspettative da parte di familiari, colleghi e superiori rende difficile convincere i lavoratori a compiere scelte più “salutari”. E lo è ancor di più quando per tutta la vita è stato loro insegnato che ciò che conta non è il proprio stato d’animo — di un progetto di vita vagamente felice neppure si parla — ma la sicurezza materiale, ovvero ottenere un buon posto di lavoro e mantenerlo a tutti i costi, anche i più estremi. 

da Tokio
Cristian Martini Grimaldi

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18 giugno 2019

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