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Vite parallele d’Indonesia

· Nel romanzo «L’amico perduto» di Hella Haasse ·

Controllata per oltre trecento anni dai Paesi Bassi, l’Indonesia raggiunge l’indipendenza politica solo nel 1945, a Seconda guerra mondiale quasi conclusa. Tre anni dopo, la scrittrice olandese Hella Haasse (1918-2011) pubblica il suo primo libro, Oeroeg, ambientato nell’isola di Giava, che l’editrice milanese Iperborea, dedita alle letterature del nord Europa, ha riproposto con il titolo L’amico perduto (2017, pagine 141, euro 16). 

Copertina del libro «L’amico perduto»

Cuore dell’Indonesia, Giava è l’ambiente in cui l’io narrante, un ragazzo della media borghesia coloniale e il suo amico, figlio di un sorvegliante indigeno, crescono insieme nella magica atmosfera isolana. L’unico rampollo del direttore della piantagione, di cui non si pronuncia mai il nome, e uno dei tanti figli del sorvegliante, quell’Oeroeg che in versione italiana diventa Urug, condividono sia il tempo intangibile della loro parallela formazione, sia tutto quanto accade giorno per giorno, ma si può dire ora per ora, nelle loro vite: dall’esplorazione dei luoghi alla stesura dei compiti, dalle collezioni di figurine al tragitto quotidiano verso la scuola sui trenini del posto, dai giochi un po’ selvaggi nella rigogliosa natura ai più o meno azzardati ideali di ragazzi liberi e un po’ sfrenati.
Chi narra, chiamiamolo il “padroncino”, sta rievocando un’esistenza a due, a partire dalla nascita, sua e del figlio del custode, in abitazioni del tutto diverse e diversamente animate, ma dentro un paesaggio di unanime bellezza, scrigno di stupori e di innocenti seduzioni.
Superati i primi due rischi di separazione all’aprirsi e al chiudersi del ciclo di scuola elementare, i due amici si trovano insieme anche durante l’educazione superiore benché in istituti diversi: «Mai sorse in me il dubbio che io e Urug non avessimo gli stessi identici diritti».
L’evidente punto di vista dell’“europeo” non tradisce infatti mai il minimo cedimento di casta, di condizione sociale, di colore. Solo i fatti di una sovrastante storia mondiale (la guerra tra stati e continenti e, più che altro la ribellione dell’Indonesia all’impero coloniale olandese) infrangeranno l’andamento da fiaba di quella che fino a ben oltre la metà del libro sembra l’intangibile amicizia di un occidentale e di un indigeno: il figlio di un latifondista e un ragazzo di campagna giavanese («Se può esser tuo amico com’è possibile che valga meno di te o di qualcun altro?»).
È il momento in cui la trama si complica pur se restano indenni lo stile, la purezza della prosa, la trasparenza dei significati. Perché da qui in poi in ogni momento della vita dei due traspariranno scelte di fondo divergenti: quella sostanzialmente istintiva dell’io narrante, non ben conscio d’appartenere ai privilegiati di classe e di potere, e quella invece lucidamente concepita e nutrita di Urug, uno dei tanti inferiori per razza e rango.
Il primo vede il suo mondo sgretolarsi e tuttavia vuole rimanere nella terra che l’ha visto nascere e crescere, paesaggio dell’anima, luogo degli affetti fondanti. L’altro, invece, ancorché membro di diverse associazioni nazionalistiche, anela ad andarsene, magari verso l’America.
Obbligato dal padre a perfezionare gli studi a Delft, l’ex “signorino” parte per l’Europa e il fatto rende assoluto il distacco fra i due: il futuro avrà per ciascuno di loro nomi del tutto diversi. Ma nell’io narrante il senso di radicamento preme per il rientro nelle Indie e, destinato alla ricostruzione di alcuni ponti distrutti dai ribelli, un giorno va a rivisitare i luoghi dell’infanzia. «Un paesaggio come quello che mi si aprì davanti una volta superata la curva non l’avevo mai visto nemmeno nei miei incubi».
Non è il caso di proseguire verso la drammatica conclusione del libro, ma un’osservazione ci obbliga a sottolineare che nessun cedimento ideologico inficia mai le pagine del romanzo. E c’è di più: abbandonato da gran parte degli scrittori l’atteggiamento speculativo dell’espressione creativa (ciò che Hella Haasse non fa), pochi romanzieri d’oggi intendono immettere nelle loro storie riflessi di considerazioni storiche o sociali. E così la letteratura si divide sempre più nettamente tra intrattenimento e saggio.

di Claudio Toscani

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20 ottobre 2019

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