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Vita
da seminarista

È l’ora di pranzo nel Pontificio collegio Urbano a Roma. Courage Pesanay, giovane seminarista ventisettenne dello Zimbabwe, si affretta per raggiungere la sala e riesce ad arrivare appena in tempo per la preghiera.

Courage prende posto in una tavolata con altre cinque persone. Il clima è informale. Scherzano, ridono, parlano di esami ma anche del torneo calcistico tra facoltà teologiche di Roma, prossimo alla partenza. «Io — racconta Courage — non giocherò, preferisco praticare altri sport, ma sono sempre sugli spalti per incitare i miei amici». È un clima allegro che contrasta con il rigore degli orari. Dopo pochi minuti arriva la prima portata. A servirla è un seminarista. I turni sono segnati su un calendario settimanale affisso al muro, appena fuori dalla sala da pranzo. Courage oggi non ha turni, e, terminato il pasto, si dirige sorridendo verso l’uscita. «Prima — confessa — non ero così, ero scontroso, ma ora sento che sto cambiando. Mi ha aiutato molto un seminarista e amico, conosciuto a Masvingo, nel mio Paese. Lui è molto calmo e sa gestire le situazioni in modo giusto».

Courage decide di entrare a diciannove anni in seminario dopo un’infanzia povera ma dignitosa e un’adolescenza spensierata passata con gli amici, che oggi, dice Courage «sono laureati, quasi tutti lavorano, invece io sono così». Ride. Per poi aggiungere: «Siamo diversi. Sono contento della strada che sto seguendo. Ma prima di entrare in seminario, durante l’anno propedeutico, un anno preparatorio, stavo insieme a una ragazza. Ero indeciso se rimanere con lei o entrare nel seminario». La relazione è andata avanti per sei mesi fino quando i genitori di lei, di fronte alla sua titubanza, lo spingono a prendere una decisione. Sceglie di seguire la sua vocazione.

Non è l’unico ostacolo che ha dovuto superare. Anche la madre era contraria alla sua decisione di entrare in seminario. Aveva paura che non portasse a termine il percorso o che finisse in qualche scandalo. Perché, dice Courage, «nella Chiesa ci sono degli scandali. È una realtà». Inoltre per molti dei suoi concittadini «un uomo che non è sposato, non è uomo», e in pochi comprendono la scelta di diventare prete. Ma Courage sa che è la sua strada. Una chiamata corrisposta, giovanissimo, quando quindicenne, durante una messa, sente che anche lui vuole diventare prete.

«Tuttavia — aggiunge — a questa chiamata rispondo ogni giorno. Con l’aiuto della preghiera, del padre spirituale e grazie alla formazione che riceviamo nel seminario». Formazione che gira attorno a quattro dimensioni: intellettuale, spirituale, umana e pastorale. «Andiamo a scuola, preghiamo, viviamo insieme. La pastorale la facciamo la domenica, quando incontriamo dei malati e diverse persone, anche della strada».

Oggi il suo rapporto con Dio è cambiato. È cresciuto. Ora, racconta, «vedo le persone in modo diverso, con misericordia».

Per Courage questo è l’ottavo anno nel seminario. Dopo un anno propedeutico a Masvingo e tre anni di filosofia a Bulawayo, il suo vescovo ha richiesto che andasse al collegio missionario, a Roma. Courage racconta che «quando i missionari venivano nei nostri paesi a fare la missione e a evangelizzare, non c’erano seminari. Se qualcuno in Africa voleva diventare prete lo prendevano qui a Roma. Ora abbiamo i nostri seminari. Però, per tradizione, continuano a prenderne uno o due dal mio paese». Dal 2016 vive in un collegio e studia alla Pontificia università Urbaniana, che ha sede sul colle del Gianicolo, a pochi passi dalla basilica di San Pietro. Questo è il suo quarto e ultimo anno di teologia. Conclusi questi otto anni, generalmente c’è una tappa intermedia, l’ordinazione diaconale e dopo sei mesi quella sacerdotale. Invece Courage, per volontà del vescovo, deve continuare a studiare e fare altri tre anni di licenza in Filosofia, paragonabile a una laurea magistrale. Nel secondo anno di licenza presume che sarà ordinato diacono, qui a Roma e, al termine dei tre anni, prete, ma in Zimbabwe. Poi, ridendo, dice: «Se il mio vescovo mi sentisse direbbe: “ma chi te l’ha detto che sarai ordinato prete?”». Perché il vescovo, continua, «può dirmi di fare un po’ di pastorale prima dell’ordinazione».

Courage spera di diventare un buon prete, un prete semplice. Se non avesse intrapreso questa strada, avrebbe voluto diventare un soldato. Voleva mettersi al servizio dei più deboli. «Invece sono soldato di Cristo».

Anche Benjie Calangi studia all’Urbaniana. Sembra un monaco buddhista, se non fosse per il colletto bianco e il vestito nero. È nato a Batangas, nelle Filippine e ha quarantadue anni. Ha avuto una vita molto intensa prima di entrare, nel 2013, nella congregazione degli Oblati di San Giuseppe. Ha lavorato come cameriere negli Stati Uniti, per tanti anni, nei più grandi alberghi di lusso, servendo personaggi come Leonardo Di Caprio. Ma, racconta, già verso i diciotto anni ha avuto «sensazioni strane. Ho pensato che magari fosse una chiamata a diventare un sacerdote. Però non ero sicuro». Capirà circa tredici anni più tardi, realizzato il “sogno americano”, che il seminario era la sua strada. Abbandona una carriera in ascesa ed entra come novizio a Chicago nell’ordine domenicano. Non è facile abituarsi a uno stile di vita così austero. E dopo tre mesi, molto sofferti, chiede di uscire, e gli viene concesso del tempo per pensare. Ritorna nelle Filippine, ma suo fratello, che vive a Milano, lo invita a raggiungerlo. Arriva a Milano nel 2011. In Italia si trova bene, ma, per prolungare la permanenza, ha bisogno del permesso di soggiorno. Trova lavoro in un albergo di Giorgio Armani, ma dopo due anni, racconta, «ho sentito di nuovo questa chiamata». Nel 2013 entra nella congregazione degli Oblati di San Giuseppe. È una decisione che sorprende tutti, amici, conoscenti e parenti, che non capiscono come si possa lasciare un lavoro così prestigioso per seguire il Signore. «I miei fratelli mi hanno detto: “Tu non stai bene con la testa”. Ora hanno accettato la mia decisione». Oggi, racconta Benjie, «sto proprio vivendo la fede, la fede nella quotidianità».

Quotidianità non priva di difficoltà. Benjie vive nella congregazione con altri quattro seminaristi, due indiani e due italiani, e un formatore. «Servono compromessi e una grande apertura. È una sfida». Per poi aggiungere che «pregare tutti insieme è il premio che riceviamo tutti i giorni». Difficoltà, ma anche dubbi. Per Benjie ogni giorno si deve scegliere questa vita: «Ci sono tanti periodi in cui tu ti senti debole, ti senti in dubbio, e quindi ogni giorno è una scelta. E avere una persona con cui puoi aprire il tuo cuore è importante». Nei momenti di sconforto parla con gli amici, con il formatore o con i confratelli.

Oggi Benjie sta per finire gli studi di teologia all’Urbaniana. Prevede di diventare sacerdote più o meno nel 2022, ma aggiunge che «dipende sempre dai nostri superiori». Vorrebbe rimanere in Italia per almeno cinque anni dopo l’ordinazione perché, conclude, «la mia vocazione è nata qui. Una vocazione italiana». Quelle di Courage e Benjie sono storie segnate da una vocazione forte, diventata scelta di vita. Vita che sempre meno persone decidono di scegliere.

L’agenzia missionaria Fides ha presentato nell’ottobre 2018 alcune statistiche, aggiornate al 31 dicembre 2016. I seminaristi maggiori, cioè coloro che hanno intrapreso gli studi teologici universitari, nel 2016 sono diminuiti di 683 unità, raggiungendo il numero di 116.160. Una diminuzione si registra in America (-1.139), Europa (-964) ed Oceania (-60), mentre si registrano degli aumenti in Africa (+1.455) e in misura lieve in Asia (+9).

Don Armando Matteo, professore straordinario di Teologia fondamentale all’Urbaniana, che abbiamo incontrato nel suo studio, sostiene che il calo delle vocazioni è da mettere in relazione con l’indifferenza dei giovani nei confronti dell’esperienza cristiana: «C’è una prima difficoltà a coltivare questa esperienza. E a maggior ragione poi il decidere di investire la propria vita in essa. Senza dimenticare che l’esperienza del ministero sacerdotale comporta anche uno stile di vita fatto di rinunce». Tuttavia, aggiunge che «nello stesso tempo stiamo vivendo un momento felice perché Papa Francesco, con l’iniziativa del Sinodo sui giovani, ha invitato la Chiesa a rendere la comunità cristiana sempre più un luogo in cui i giovani trovino risposte alle domande, alle ferite, alle inquietudini che si portano dentro».

La crisi delle vocazioni ha portato la Chiesa a interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo. Il pensiero del Papa a tal proposito è chiaro. In un’intervista del 2013 rilasciata al direttore de «La Civiltà Cattolica», il gesuita Antonio Spadaro, Bergoglio afferma: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia».

E la parrocchia, sottolinea Alver Metalli, giornalista cattolico che vive in una delle più grandi baraccopoli di Buenos Aires, è «il luogo più favorevole dove può fiorire l’opera apostolica affidata alla Chiesa» in quanto rappresenta «l’ambito territoriale dove può aver luogo il “corpo a corpo” della vita con la proposta redentrice della Chiesa di Dio».

Un “corpo a corpo” dal quale i due seminaristi, Courage e Benjie, non si tirano indietro. Courage che, giovanissimo, decide di voler diventare prete anche osservando il suo parroco «che assisteva persone malate e povere». Benjie che chiede di fare la pastorale stando con i poveri. «Ogni domenica — racconta — partecipo alla messa della comunità di Sant’Egidio, a Primavalle, per preparare i tavoli e mangiare con i disabili, poveri e anziani. Ho bisogno di vivere queste realtà».

di Eugenio Serra

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22 agosto 2019

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