Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Visionario attento al mondo reale

· ​A cinquant’anni dalla morte di Walt Disney ·

È passato mezzo secolo dalla scomparsa di Walt Disney (nato a Chicago il 5 dicembre 1901 e morto a Burbank, vicino Los Angeles, il 15 dicembre 1966), eppure il suo nome non sembra venire scalfito dal tempo. Sicuramente grazie alla solidità della struttura industriale cui ha dato vita, la Walt Disney Company, che ha saputo sopravvivergli superando anche il delicato passaggio all’animazione digitale. Ma altrettanto certamente in virtù del mito che avvolge ancora oggi i capolavori realizzati in prima persona, le sue versioni di favole della tradizione che da quel momento, però, tutti associano istintivamente ai suoi disegni.

«Silly symphonies» (1929-1938)

Come ogni grande fenomeno, per capire il segreto del suo successo bisogna analizzarne le origini. Disney ha iniziato da poco a creare i suoi personaggi di carta, quando si verificano due eventi cruciali, il primo su larga scala, il secondo nel cinema: la borsa americana crolla dando origine alla Grande Depressione e il mondo del grande schermo si riorganizza, non senza traumi, per creare spettacoli provvisti di sonoro.
Pur con tutti i suoi meriti, Disney ha dunque anche la fortuna di inserirsi in questa epocale fase di transizione cinematografica e nazionale, dimostrando di avere le carte vincenti sia sul piano ideologico che su quello tecnico.
Sotto il primo profilo, è stato notato più volte come i suoi personaggi, e Topolino in particolare, concretizzino lo spirito rooseveltiano, per il coraggio, l’ottimismo e la generosità con cui superano le difficoltà. Dal punto di vista tecnico, invece, il disegnatore intuisce che quella forma artistica che finora era stata confinata quasi esclusivamente a primordiali effetti speciali, o all’uso strumentale che ne avevano fatto le avanguardie degli anni Venti, può invece competere con il cinema dal vero sul suo stesso terreno, ovvero raccontando storie e creando personaggi con una loro psicologia e una loro coerenza.
Mentre i set popolati da attori in carne e ossa si ritrovano con nuove ingombranti cineprese, poco adatte ai movimenti nonché alle riprese in esterni, dato che hanno anche problemi di messa a fuoco sulle grandi distanze, Disney offre uno spettacolo in cui lo spazio non ha altri limiti se non quelli dell’immaginazione. Mentre il technicolor dei film “normali” è ancora acerbo e in pratica inutilizzabile, quello necessario a illuminare i disegni animati ha già a disposizione tonalità sgargianti e ipnotiche.
Infine, laddove Hollywood, in questa fase, tende inevitabilmente a sfruttare sin troppo la nuova risorsa dei dialoghi, rendendo ancora più teatrale la messa in scena, Disney opta spesso per una felice commistione fra dialogo e musica, facendo delle sue storie un’unica ininterrotta coreografia, e anticipando fra l’altro in questo i veri musical, che quasi sempre relegano ancora musiche e balli ai momenti in cui i protagonisti salgono su un palcoscenico, e che arriveranno con regolarità a quella magica miscela solo molti anni più tardi.
Fondamentali, per testare tutte queste innovazioni, nonché alcuni personaggi che compariranno in seguito, saranno le Silly symphonies, una serie di settantacinque cortometraggi, più volte premiati con l’Oscar, prodotta dal 1929 al 1938. Si tratta di un vero e proprio laboratorio con cui Disney e i suoi collaboratori (Ub Iwerks, Burt Gillett, Wilfred Jackson, i principali) metteranno a punto in particolar modo il ritmo dell’animazione, la sua straordinaria simbiosi con la musica, ma, a partire dal 1932, anche l’uso del colore, e, poco più tardi, la tecnica multiplane, che consente di stratificare più tavole disegnate per creare un effetto di profondità realistico e suggestivo. Andando così a completare già tutte quelle caratteristiche che renderanno unica l’immagine Disney, e che il pubblico ritroverà, al loro meglio, nel primo lungometraggio, che sarà anche il primo lungometraggio d’animazione della storia, Biancaneve e i sette nani (1937). 

Ciò che mancava alle Silly symphonies, impregnate di un’atmosfera gioiosa vagamente pagana, è il calore umanista, la poetica sensibilità che invece informerà i lungometraggi, e che si fonde alla perfezione con la morbidezza di un’animazione capace di trasmettere allo spettatore un’emozione quasi sensoriale. 

A differenza di tanti altri personaggi animati, quelli di Disney si muovono in modo lento e praticamente perenne, imitando in modo fedele gli esseri viventi. Questo visionario, questo creatore di dimensioni immaginarie, dunque, era più attento di quanto si possa credere al mondo reale e ai ritmi della vita vera. Come nessun altro nel suo campo in quegli anni.
Certo poi Disney è stato un visionario anche sul piano industriale, in particolare nel concepire un merchandising dalle proporzioni gigantesche e arrivando a immaginare i primi parchi a tema del mondo, vere e proprie cittadine del sogno. Quest’ultimo è però un aspetto sopravvalutato della sua personalità. Questo senso di grandezza, un po’ megalomane, appartiene a tante, se non a tutte, le personalità americane di successo di quell’epoca, e in particolare a quelle del cinema. Disney costruiva città da fiaba così come David O. Selznick, Darryl F. Zanuck o Louis B. Mayer costruivano mondi di fantasia dentro e fuori i teatri di posa. Dare tangibile concretezza alle proprie creature, inoltre, era probabilmente un’esigenza, per chi come lui era abituato a vederle relegate al foglio di carta.
Ma un impero economico difficilmente può andare avanti per quasi un secolo se alla base non c’è un’idea straordinaria. E quella di Disney è stata creare una realtà alternativa che avesse però la fisiologia di quella quotidiana. Non a caso vari episodi delle Silly symphonies sono dedicati all’avvicendarsi delle stagioni, o al passaggio dal giorno alla notte. I capolavori del lungometraggio aggiungeranno un filo narrativo che — come però quasi tutte le favole, ben prima di Disney — implica per i protagonisti un viaggio iniziatico, una prova del fuoco attraverso paure ancestrali. Da superare grazie a una maggior coscienza di sé e del mondo.
Se in Disney questo tipo di avventura è più potente che in tanti altri, è perché lo spettatore vi trova una maggior immedesimazione, anche se camuffata da fuga dalla realtà.

di Emilio Ranzato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 febbraio 2018

NOTIZIE CORRELATE