Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Virgole e flusso di coscienza

· Il 26 marzo 1915 veniva pubblicato il primo romanzo di Virginia Woolf ·

Gli amici più intimi l’avevano esortata a essere più diplomatica e dunque non troppo corrosiva nel criticare la società inglese rea di relegare le donne a un ruolo subalterno e nel fustigare le mode letterarie del tempo definite «insulse e vacue». Il rischio infatti era che venisse reciso sul nascere il filo di una carriera di scrittrice che si annunciava assai promettente.

Ma Virginia Woolf, pur consapevole della fondatezza di queste argomentazioni, non battè ciglio e proseguì fiera per la sua strada. E dopo un lungo andirivieni di revisioni (vergò oltre mille fogli) vide finalmente la luce il suo primo romanzo The Voyage out: era il 26 marzo di cent’anni fa.

La prima bozza era stata redatta nel 1910, ma la scrittrice, non solo meticolosa, ma anche molto insicura di quanto veniva producendo (una costante questa che ne contraddistinse l’intero itinerario artistico) mise mano più volte all’intreccio che sarebbe stato completato cinque anni dopo. Una gestazione travagliata, dunque, ma che in nuce già rivelava la grandezza della scrittrice londinese.

La protagonista, Rachel Vinrace, aveva quel carattere sanguigno, volitivo e, nel contempo, tormentato e vulnerabile, che sarà poi il tratto distintivo delle figure femminili cui avrebbe arriso imperitura fama: da miss Dalloway a miss Ramsay di To the lighthouse, il suo capolavoro. Eppure il romanzo d’esordio era stato accolto, dagli addetti ai lavori, con non poca perplessità. Lo scrittore E. M. Foster definì il libro «strano» perché parlava di un Sud America che non si sarebbe potuto trovare su una mappa e di una barca che nessuno sarebbe stato in grado di vedere solcare le acque del mare.

Ma al di là di quelle che potevano essere le imperfezioni legate all’immaturità di un’artista all’esordio, ai più sfuggì lo spessore del tormento interiore che scava nell’animo di Rachel, sospinta dallo struggente desiderio di valicare gli opprimenti confini della realtà londinese per tentare un’evasione e un riscatto spirituale in un continente tanto decantato quanto ignoto.

La protagonista è insofferente delle convenzioni, che penalizzano la donna nell’ambito delle varie realtà sociali: e il suo «stillicidio di pensiero» è seguito da Woolf con un linguaggio mobile, fluido, dinamico che aderisce come una sorta di colla al fluire raziocinante di Rachel per poi esprimerlo nel minimo dettaglio. Ecco allora che già si profilano i primi dettami di quello stream of consciousness che — grazie anche al decisivo apporto di James Joyce e di Italo Svevo — avrebbe gettato i presupposti per la creazione del romanzo moderno.

Nel 1923 Woolf scrisse The Common reader, ovvero un manifesto letterario cui avrebbe tenuto fede lungo tutto il cammino della sua produzione letteraria. Scagliandosi contro i cosiddetti autori «materialisti» (Arnold Bennet, H.G. Welles, John Glasworthy), la scrittrice rivendicò, con coraggio e lungimiranza, il valore dell’anima e delle passioni, delle idee e dei pensieri, anche i più reconditi. E in questo inedito scenario pure la punteggiatura, come si riscontra anche in The Voyage out, viene a costituire una novità: essa, infatti, tende a non seguire le regole e le consuetudini per meglio dare voce al respiro e alle intonazioni del personaggio. Ecco allora che la punteggiatura (l’imprevedibile collocazione della virgola o la sua assenza giocano in tale sentire narrativo un ruolo chiave) concepita in precedenza come «un ferro del mestiere» tradizionale e scontato, assume in Woolf la stessa funzione che il «monologo interiore» riveste nel romanzo: seguire passo passo il flusso di coscienza disdegnando, per amore di verità, schemi prestabiliti e stantii.

E per ricordare i cent’anni dalla pubblicazione del romanzo d’esordio della scrittrice londinese, è uscito nei giorni scorsi in Spagna il libro Virginia Woolf, La vida por escrito (Taurus) della giornalista argentina Irene Chikiar Bauer. L’opera era stata pubblicata per la prima volta, a Buenos Aires, nel 2012. Si tratta di una biografia molto dettagliata, che segue la vicenda esistenziale e letteraria di Woolf: una parabola tormentata, che si concluse con il suicidio. La giornalista argentina mette in luce l’inestricabile nesso tra realtà e finzione che già dal principio è presente e agisce nella scrittrice. Quel senso di ribellione che porta la protagonista di The Voyage out a scrollarsi di dosso l’ingombrante e polverosa eredità vittoriana è lo stesso che brucia nell’animo di Virginia, parimenti delusa e insofferente di una vita che «non riusciva mai a decollare» e di un mondo letterario «gretto», ancorato al passato, dominato da mode passeggere e, soprattutto, timoroso di esperimenti e audaci novità.

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE