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Violenze inarrestabili sui rohingya

· Nella denuncia dell’Onu pesanti accuse all’esercito del Myanmar ·

Ginevra, 4. Omicidi, stupri di massa, neonati massacrati, persone uccise nell’incendio delle loro case. Lascia poco spazio all’immaginazione la drammatica denuncia dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhchr) sui «crimini contro l’umanità» perpetrati dallo scorso ottobre dalle forze di sicurezza del Myanmar contro la minoranza etnica musulmana dei rohingya.

Un gruppo di profughi rohingya (Ap)

Il duro e grave atto di accusa, contenuto in un dettagliato rapporto dell’Unhchr pubblicato ieri a Ginevra, è frutto delle testimonianze di oltre duecento rohingya che sono riusciti a scappare dalle violenze, trovando rifugio in Bangladesh. Molti dei testimoni hanno riferito che almeno un membro della propria famiglia è stato ucciso dall’inizio dell’offensiva dell’esercito, mentre più della metà delle donne ha subito uno stupro o un’aggressione sessuale.

Nel rapporto dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, tra le tante efferatezze di cui sono accusate le forze di sicurezza del Myanmar, l’omicidio di un bimbo di soli 8 mesi, ucciso perché piangeva disperato mentre agenti abusavano della madre. Una ragazza ha raccontato di avere visto con i propri occhi soldati calpestare a morte con gli stivali un neonato e poi bruciare la casa dove abitava.

I rohingya sono considerati dalle Nazioni Unite una delle minoranze più perseguitate al mondo. Si tratta di un gruppo etnico musulmano che vive principalmente nel nordovest del Myanmar, nello stato del Rakhine, uno dei più poveri della regione, che conta circa un milione di abitanti rohingya su una popolazione di tre milioni di persone, a maggioranza buddista.

Per il governo del Myanmar, sono soltanto immigrati bengalesi che vivono illegalmente all’interno del paese. Di conseguenza, i loro diritti allo studio, al lavoro, ai viaggi e alla libertà di praticare la propria religione e di accedere ai servizi sanitari di base sono limitati.

Oltre 140.000 rohingya, soprattutto donne e bambini, vivono tra enormi sofferenze in fatiscenti campi profughi, che non possono lasciare senza il permesso del governo. Altri vivono in villaggi, presi spesso di mira dai soldati.

Le operazioni militari contro i rohingya sono iniziate in ottobre, dopo l’uccisione di nove guardie di frontiera, attribuita a musulmani. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, i militari giungono nei villaggi a notte fonda, attaccando con l’aiuto di elicotteri che mitragliano dall’alto le capanne mentre la gente dorme. Intere famiglie muoiono arse vive fra le fiamme delle loro case, prosegue il rapporto dell’Unhchr, che denuncia anche la distruzione di negozi, moschee e scuole. Si registrano anche casi di torture e di persone scomparse.

Chi può, fugge. La foto simbolo della tragedia dimenticata e della sofferenza del popolo rohingya, apparsa circa un mese fa sui media di tutto il mondo, è quella del piccolo Mohammed, un bambino di soli sedici mesi a faccia in giù nel fango, morto annegato durante la fuga con la sua famiglia.

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08 dicembre 2019

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