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Violenze in famiglia

· La Cenerentola di Rossini al teatro dell’Opera di Roma ·

Emma Dante ha idee molto chiare. Per quanto riguarda il teatro in generale e in particolare per la lirica, nella quale si è cominciata a cimentare nel 2010 con una Carmen alla Scala di Milano. Ne La Cenerentola andata in scena il 22 gennaio al Teatro dell'Opera di Roma, la chiave di lettura che ha scelto è ancora una volta molto definita: si tratta di una storia violenta, anche fisicamente. 

Del resto ci sarebbe poco da ridere in una famiglia in cui il patrigno sottomette una delle tre figlie alle sorellastre, sperpera il patrimonio della malcapitata per agghindare le altre due, la riduce in schiavitù e racconta a tutti che è morta per non rischiare che il principe Don Ramiro (Juan Francisco Gatell) scelga lei come moglie al posto delle viziatissime Tisbe (Annunziata Vestri) e Clorinda (Damiana Mizzi), ovviamente antipatiche e brutte. Succede così che il “dramma giocoso” in due atti di Gioachino Rossini diventa poco buffo e molto drammatico, seppure con alcune punte di humour.

Sicuramente non è comica, e non poteva esserlo, la scena del temporale, durante il quale la malcapitata “covacenere” viene presa a pugni e calci a turno da tutti i familiari malgrado cerchi di ripararsi con un ombrello. La pioggia, i tuoni, i fulmini, diventano sulla scena i colpi che patrigno e sorellastre le infliggono: un parallelismo evidente tra il temporale psicologico e quello climatico che richiama anche esplicitamente alla violenza domestica protagonista delle cronache.

Ovviamente è la lettura della regista, nel libretto c’è scritto esclusivamente «cominciano lampi e tuoni, indi si sente il rovesciarsi di una carrozza». Come è normale che sia l’artista propone la sua visione, così come quando decide di raccontare per tutto lo spettacolo un mondo meccanico, affiancando alla protagonista cinque bambole con una chiavetta nella schiena che lei stessa carica in modo che si animino e l’aiutino non solo nei lavori domestici, ma anche a superare la solitudine. Anche al principe viene riservato lo stesso trattamento con il risultato che un duetto viene rappresentato sulla scena da una dozzina di personaggi. Una scelta forte: attorno a qualsiasi momento musicale è costruito un mondo fatto da alter ego che si anima e vive di vita propria sottolineando quello che avviene nella mente dei personaggi. Il risultato è un tourbillon continuo, curatissimo, che alla lunga rischia di essere ridondante.

Le scene di Carmine Maringola sono essenziali: un fondale con tante nicchie che si aprono per lasciare intravedere non i personaggi ma i loro alter ego, e semplicissimi paraventi che vengono spostati per definire spazi raccolti quando ce n’è bisogno. Qualche divano che viene spostato a vista in scena per i dialoghi intimi, un paio di troni nella scena finale per i protagonisti. Tutto molto contenuto per dare spazio ai movimenti coreografici curati da Manuela Lo Sicco, arricchiti dai favolistici e coloratissimi costumi di Vanessa Sannino.

Della musica si parla poco in questi casi ed è sintomatico. Le regie moderne che affrontano opere di repertorio sono necessarie e aiutano a scoprire nuove sfaccettature delle opere del passato. Questa è in gran parte riuscita, è molto pensata e ha una visione originale, cosa sempre apprezzabile. Qualche volta però la coreografia si sovrappone con troppa veemenza alla partitura. Il capolavoro di Rossini, ovviamente, non soccombe perché è un capolavoro, e quei movimenti di troppo non riescono a prendere il sopravvento, rimanendo semplicemente dei movimenti di troppo.

Il direttore Alejo Pérez, da parte sua, conduce con chiarezza un’orchestra già sicura di suo, stacca tempi non troppo affrettati e disegna un’arcata lineare. Tra i cantanti spiccano il collaudatissimo Don Magnifico di Alessandro Corbelli e il vivace Dandini di Vito Priante. Nel ruolo della protagonista Serena Malfi cresce con il passare delle scene affrontando con un piglio risoluto il finale.

di Marcello Filotei

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17 ottobre 2019

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