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Vincere
la paura per il diverso

· Un film ispirato all’opera di don Oreste Benzi ·

È uscito nelle sale italiane Solo cose belle, film diretto da Kristian Gianfreda e ispirato all’opera di Don Oreste Benzi. In particolare all’impegno del religioso di San Clemente in favore degli ultimi della società attraverso la comunità “Papa Giovanni xxiii” e le case-famiglia che a essa fanno capo. Il film è stato presentato il 7 dicembre scorso a Rimini, in occasione del cinquantennale della comunità fondata da Benzi, alla presenza del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, mentre il 7 maggio è stato proiettato a Palazzo Madama.

In una piccola provincia nella zona di Rimini, un palazzo del Comune viene adibito a casa-famiglia. Non tutti però ne sono felici. Vedendo che uno degli inquilini è di colore, per esempio, c’è chi pensa all’insediamento di un gruppo terroristico. Ma anche la condizione di evidente povertà degli altri ospiti del palazzo desta sospetti all’interno di quello che è un paese mediamente benestante, e che non vuole rinunciare alla propria immagine piccolo borghese. Il sindaco e sua moglie (Stefano Corradini e Patrizia Bollini) condividono queste paure, soprattutto dal giorno in cui la loro figlia sedicenne (Idamaria Recati) entra in contatto con gli abitanti del palazzo attraverso un compagno di classe (Luigi Navarra) di cui si innamora. Quando il ragazzo, che ha un passato da carcerato, verrà accusato ingiustamente di aver rubato i soldi di una sagra organizzata dalla casa-famiglia, la giovane coppia prenderà in considerazione l’idea di fuggire dal paese.
Gianfreda, al suo esordio in un lungometraggio, si fa aiutare da ben sei collaboratori in sede di sceneggiatura, ma come regista dimostra una mano già molto sicura e disinvolta. Come capita spesso oggi sullo schermo, la cinepresa si muove molto, ma in questo caso — qualità viceversa rara — mai senza un motivo. Con il suo sguardo vivace e sensibile, infatti, il regista sottolinea i molti cambiamenti che avvengono nell’animo dei protagonisti di questo che è in fondo anche un racconto di formazione, riuscendo, al contempo, a rendere bene la vitalità di una comunità di provincia, tanto che le scene di massa sembrano quasi coreografate.
Come in Don Camillo o Pane amore e fantasia, dunque, il punto di vista è quello del microcosmo in cui però si riflettono difetti e virtù di un’intera Nazione. Che fra l’altro in questo caso è l’Italia ma potrebbe benissimo valere come esempio di tanto occidente contemporaneo, ossessionato dalla paura per il diverso e avvinghiato a un’idea di benessere che sa anacronisticamente di privilegio, oltre a rappresentare un triste viatico per l’emarginazione dei più deboli. Riallacciandosi alla tradizione della commedia italiana dell’immediato dopoguerra — quella non ancora “all’italiana” degli anni Sessanta, insomma — il film smussa gli intenti sociologici più aspri in favore di un taglio pedagogico decisamente appropriato all’argomento.
Oltre ad avere numerosi momenti divertenti, che lo rendono anche un prodotto di genere perfettamente credibile, il film restituisce molto del pensiero di Don Benzi. Prima di tutto trasmettendo uno spirito di inclusione come sinonimo di gioia e non di sacrificio. Allineandosi a tale spirito, il regista e gli altri autori fanno partecipare alla scena attori non professionisti con un passato molto simile a quello dei loro personaggi e veri disabili, lasciando loro esattamente lo spazio che esige il racconto, senza dunque relegarli a comparse ma senza nemmeno cedere alla tentazione dell’enfasi.
I personaggi descritti in modo maggiormente negativo, poi, sono quelli che dovrebbero governare la cittadina. E persino il sacerdote si trova inizialmente un po’ a disagio all’interno della nuova realtà che s’è formata in paese. La speranza di poter cambiare le cose, è invece tutta riposta in basso, ovvero nei semplici cittadini, nelle persone di buona volontà. Narrativamente, tutto muove dall’apparente idiosincrasia fra la comunità della provincia e quella della casa-famiglia. La prima trova il suo equilibrio arroccandosi sul mantenimento dell’omogeneità, la seconda reinventa il proprio equilibrio ogni giorno affrontando con determinazione ma anche con leggerezza sempre nuove sfide. Don Benzi usava non a caso la parola “rivoluzione” per riferirsi allo sforzo necessario a risvegliare le coscienze. Allo stesso modo, non deve stupire che un film che si ispira alla figura di un sacerdote contenga una sola scena di preghiera, fra l’altro molto breve. Anche in ciò si riflette in fondo il verbo del religioso, secondo cui preghiera e devozione non devono rimanere isolate dall’azione in favore degli altri.
Com’è inevitabile nel contesto di una piccola produzione come questa, poi, non mancano alcune ingenuità e altri piccoli difetti. La direzione degli attori cala ogni tanto di concentrazione, e alcuni personaggi — come quello del sindaco e di sua moglie — sono eccessivamente stereotipati, soprattutto in rapporto alla fedeltà con cui, al contrario, viene descritto l’ambiente della casa-famiglia. Tecnicamente, però, il film raggiunge un sufficiente standard di professionalità, e la simpatia degli attori, unitamente alla mano felice di Gianfreda, distraggono dagli inevitabili limiti.
Poche altre volte, sullo schermo, una storia che riguarda in qualche modo la religione era stata espressa con tanta gioia e levità. Ed è un peccato.

di Emilio Ranzato

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20 agosto 2019

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