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​Vincere la paura con il sano
squilibrio del Vangelo

Nei giorni di Natale del 1946 il sacerdote belga Charles Moeller, fine teologo con il gusto della critica letteraria, pubblicava il suo saggio più famoso intitolato Saggezza greca e paradosso cristiano. Nella prefazione spiegava che «Il paradosso cristiano è un umanesimo assolutamente nuovo. Non è più soltanto un coronamento degli sforzi umani, ma una rivelazione dall’alto. Io credo che l’unica saggezza che possa colpire la giovinezza moderna è questo paradosso in cui sofferenza e gioia, debolezza e forza, morte e resurrezione si uniscono in misterioso connubio. Quel che è necessario per gli uomini moderni è il Messaggio Pasquale», parole che rappresentano efficacemente il senso ultimo del discorso che giovedì sera il Papa ha rivolto alla diocesi di Roma radunata attorno al suo vescovo nella cattedrale di San Giovanni in Laterano. È un incontro che sta molto a cuore a Papa Francesco che sin dal primo giorno del suo pontificato ha sottolineato il suo essere innanzitutto vescovo di Roma, un vescovo chiamato a camminare insieme, in mezzo, al suo popolo. Si sente a suo agio Francesco quando parla alla gente di Roma, consapevole di trovarsi nel cuore della sua missione che è proprio l’annuncio del messaggio pasquale, il mistero della croce e della resurrezione. La croce, non l’olimpica perfezione della saggezza greca, per questo il Papa ha voluto nel suo discorso mettere in guardia i cristiani di Roma di non ridurre il cristianesimo ad un’ideologia, ad un sistema di concetti e di programmi, pregevole per la sua armonia ma totalmente impermeabile al vento dello Spirito «che si abbatte gagliardo» (At 2, 2) ancora oggi come nel giorno di Pentecoste. Da questa rivelazione dall’alto la Chiesa deve essere mossa, commossa, per realizzare la sua missione, altrimenti sarà soltanto una idea, magari buona e bella, a fianco di altre idee, ma non quell’umanesimo assolutamente nuovo che invece pretende di essere ed è stata per oltre venti secoli.

Dopo aver ascoltato le preoccupate testimonianze del popolo di Dio in Roma (hanno parlato un parroco, una giovane donna, una coppia e don Benoni Ambarus, direttore della Caritas diocesana), il Papa lo ha ripetuto accoratamente: di fronte ai tanti e gravi problemi che affliggono una realtà complessa come la società urbana di una grande città come Roma, la Chiesa non deve preoccuparsi di ristabilire l’equilibrio, non deve affannarsi a risistemare l’armonia perduta rendendo la diocesi un meccanismo efficace e ben funzionante, ma «deve reggere» e «prendere lo squilibrio tra le mani», e affrontarlo vivendo il Vangelo delle Beatitudini. «Le Beatitudini», ha detto il Papa, «che meritano il premio Nobel dello squilibrio». L’erasmiano elogio dello squilibrio si è concluso con un appello a combattere contro «la dittatura del funzionalismo» che fa della Chiesa «un museo» e rimpicciolisce il cuore, un’opposizione che vuol dire non arrendersi alla paura, da cui scaturisce l’illusorio ricorso all’ordine che oggi si chiama populismo.

Charles Moeller parlava, con speranza, all’uscita del secondo conflitto mondiale, Francesco è animato da una speranza ancora più forte e urgente perché avverte che già è iniziata una terza guerra mondiale “a pezzetti”, per questo cerca tenacemente una via d’uscita, che lui scorge provenire dall’alto e incarnarsi nel paradosso cristiano contenuto nel Vangelo.

Andrea Monda

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16 luglio 2019

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