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Vincenzo Tizzani
e Pio IX

Tizzani e Pio IX. Due destini diversi e pur continuamente incrociati, nella Roma dei loro giovani anni, e più tardi in quella dove il pontefice marchigiano eserciterà così lungamente la sua doppia sovranità spirituale e temporale. L’abate Mastai, alla vigilia della grande avventura che lo porterà al di là degli oceani, propone all’adolescente romano di accompagnarlo; lo ritrova poi confratello nell’episcopato, durante gli anni imolesi, ed ancora nell’imminenza del conclave del 1846 in cui cingerà la tiara.

Vincenzo Tizzani

E poi, anno dopo anno, nelle tante occasioni in cui, in virtù dei molti incarichi rivestiti dal Tizzani, questi gli si presenterà, al Quirinale, al Vaticano, nelle frequenti apparizioni del Papa nelle vie, nelle piazze, nei templi della Città eterna. Lunghi e periodici colloqui en tete-à-tete, sugli argomenti più diversi: le grandi questioni teologiche, l’Immacolata, il Sillabo, le dottrine di teologi come il Rosmini e l’Ubaghs, l’infallibilità, il potere temporale, sempre più minacciato dall’evolversi della situazione politica italiana e internazionale. Ma anche aspetti minuti di vita della Curia, giudizi benevoli o caustici di Papa Mastai su uomini e fatti, costumi e malcostumi, umorismo e amarezza, tutto un mondo di confidenze, insomma, prontamente fissate sulla carta nella sua minuta e quasi indecifrabile grafia e in seguito dettate ai suoi fedeli amanuensi. Ed il “ciechetto” Tizzani continuava intanto a scrivere voti e pareri, come per il passato, quando aveva preso parte, e non marginalmente, ai lavori per la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine, alla faticosa gestazione della condanna degli errori moderni, all’annosa e spinosa controversia rosminiana. Giungerà, nel crepuscolo della sovranità temporale, il concilio Vaticano, alla cui preparazione Tizzani prenderà naturalmente parte. Nel corso dell’evento conciliare il presule cieco, già noto per i suoi scritti, sarebbe presto divenuto una figura simpatica e familiare ai vescovi cattolici del mondo intero, per la sua straordinaria assiduità alle sedute nell’aula vaticana, per la calda e misurata eloquenza, per la piena padronanza della lingua latina. Oppositori e fautori della definizione del magistero infallibile lo frequentarono e lo ascoltarono, sotto le volte della basilica vaticana o nell’intimità dell’ospitale dimora di via Sforza. E l’ex vescovo di Terni, che si lasciava guidare nella sua condotta e nel suo pensiero non certo dal desiderio di ingraziarsi i potenti della Curia e neppure lo stesso Pontefice, cercò, pur senza molto successo, di mediare tra maggioranza e minoranza conciliari, con una formula teologica che salvasse — così gli pareva — il Magistero papale ed i nativi diritti dell’episcopato a reggere il popolo di Dio. Le armi italiane interruppero il concilio Vaticano e fecero del Papa infallibile il “prigioniero del Vaticano”. La Città santa diveniva la capitale del regno d’Italia, e da suddito di Pio IX Tizzani si ritrovò cittadino italiano, sotto la monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II. Né laudator temporis acti, né fautore acritico o interessato del nuovo ordine di cose, Tizzani visse in fondo serenamente questo trapasso politico, sociale e culturale da una Roma all’altra. E con discrezione e prudenza, com’era suo costume, annodò nuove relazioni e conservò le antiche su entrambe le sponde del Tevere.

di Vincenzo Paglia

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12 dicembre 2018

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