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Vince il re

· Come previsto agli Oscar trionfa «The King’s Speech» ·

Premi significativi anche per «The Social Network»

Come previsto gli inglesi di The King’s Speech , pur senza fare razzie, si sono presi la fetta che conta della torta degli Oscar. Se il premio al miglior film, all’ottima sceneggiatura di David Seidler e alla sorprendente interpretazione di Colin Firth sono più che meritati, quello a Tom Hooper come miglior regista può stupire, anche se non va preso alla lettera.

Difficile ovviamente pensare che il pur solido inglese adoperi la cinepresa meglio dei fratelli Coen, o del sempre sottovalutato David Fincher — forse la mano più felice della nuova generazione americana nell’ambito del cinema commerciale — o, tanto meno, di Clint Eastwood, quest’anno lasciato a bocca asciutta per il suo Hereafter . Il premio a Hooper nasce da un’abitudine secondo cui nove volte su dieci i premi al film e alla regia vanno a braccetto, ma anche e soprattutto da una concezione tipicamente hollywoodiana di regista inteso non come autore ma come direttore d’orchestra, come coordinatore di un lavoro di squadra.

Da questo punto di vista, allora, non solo anche questo premio è meritato, ma risulta di gran lunga il più significativo assegnato la notte scorsa a Los Angeles. Con esso infatti Hollywood esprime il suo auspicio di avere una nuova generazione di Raoul Walsh, Michael Curtiz, Henry Hathaway (forse non a caso rievocato quest’anno dal remake del suo Il grinta ), ossia di quella schiera di registi che si inserivano in un progetto senza vampirizzarlo, rimanevano al proprio posto permettendo ai produttori di tirare il fiato, lasciavano ad altri il compito della sceneggiatura, e alla fine conducevano in porto non solo ottimi prodotti commerciali, ma anche pellicole che soprattutto a distanza di tempo sono state apprezzate proprio per il loro equilibrio, e quel fascino classico che invano il cinema americano ogni tanto cerca di recuperare.

Basta dare un’occhiata ai candidati al miglior film di quest’anno, d’altro canto, per notare come quel sistema al quale facevano capo i sopracitati vecchi registi oggi non esista. Dei dieci film in nomination, la metà sono prodotti totalmente indipendenti, due sono inglesi — anche se 127 ore di Danny Boyle è una coproduzione — e gli altri si servono delle majors solo per la distribuzione. Con The millionaire dello stesso Boyle, inoltre, sono due i vincitori inglesi delle ultime tre edizioni.

Allo stesso tempo, però, non sembra esserci la voglia o il coraggio di scendere veramente a patti con il cinema indipendente, alla stregua di quanto avvenuto in passato in altri periodi di crisi sistematica, e nomination come quella al bel film Un gelido inverno di Debra Granik, quasi una sorta di versione dark de Il grinta , trionfatore al Festival di Torino e al Sundance Festival, rimangono allora pallidi simulacri di un’apertura mentale e di un desiderio di sperimentare in realtà molto lontani dal cinema americano di oggi.

Per quanto riguarda gli altri premi, meritatissimo è anche quello andato a Natalie Portman per Il cigno nero , incubo morboso e polanskiano a tratti un po’ grossolano che come sempre capita nei lavori del regista Darren Aronofsky rappresenta per la protagonista un vero tour de force sotto lo sguardo ossessivo dell’obiettivo. Christian Bale invece vince come non protagonista per The Fighter , ma forte anche di un credito accumulato negli ultimi anni grazie alle impressionanti metamorfosi cui si è sottoposto per interpretazioni come quella di L’uomo senza sonno . Mentre Xavier Bardem per Biutiful e Jeff Bridges per Il grinta sono stati fermati, più che da Firth, dal fatto di aver già vinto il premio molto recentemente. Christopher Nolan, già ignorato nella cinquina dei registi, ha avuto anche la sfortuna di scontrarsi con Seidler in quella per la sceneggiatura originale, ma il suo lavoro di scrittura per Inception rimane impressionante e degno di un romanziere di science-fiction . Infine The Social Network di Fincher, che pure complessivamente rimane deluso, torna a casa con due statuette importantissime come quella per la sceneggiatura non originale e quella per il montaggio, liquidata ingiustamente come premio tecnico e invece indice della forza espressiva di un film.

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21 maggio 2018

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