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Viene da lontano
la tragedia dei rohingya

· Perché un governo democratico non riesce a risolvere la crisi ·

Una situazione così preoccupante da richiamare «i giorni più bui della dittatura militare»: con queste poche parole, agghiaccianti, lo storico di origine del Myanmar Thant Myint-U commenta ciò che sta vivendo il Myanmar, in un articolo pubblicato dal «Financial Times» il 17 ottobre. «L’attenzione di tutto il mondo — scrive — si è giustamente concentrata sulla crisi dei rohingya e sulle centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga, uno dei più grandi esodi di profughi dalla seconda guerra mondiale». Ma non è tutto: basterebbe un minimo peggioramento economico per minacciare direttamente il processo di pace nel paese, già molto fragile. Senza contare che l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), responsabile degli attacchi contro alcune postazioni della polizia che lo scorso agosto hanno scatenato l’ultima ondata di violenze, potrebbe colpire ancora, avverte lo storico. Insomma, non si tratta solo di gravi problemi umanitari ma anche di una gravissima crisi politica.

Minoranza musulmana non riconosciuta come tale, i rohingya vivono nello stato birmano del Rakhine, che li considera immigrati irregolari bengalesi. Apolidi e senza documenti, non hanno accesso ai servizi di base. Per quale motivo? Una delle ragioni principali è il timore della maggioranza rakhan buddista di perdere la propria identità. Come spiega Francis Wade, giornalista esperto di Myanmar che vive in Thailandia, «qualsiasi rivendicazione di diritti politici o economici da parte dei rohingya — per non parlare delle manifestazioni di violenza — è vista come il tentativo di indebolire l’identità etnica del Rakhine e, più in generale, il buddismo».

Come ricorda il professor Lee Jones, che insegna politica internazionale alla Queen Mary University di Londra, bisogna risalire al passato, ai tempi del colonialismo britannico, tra il 1824 e il 1948, per capire il presente. Oggi — spiega Jones in un articolo pubblicato sul sito New Mandala che si occupa di Asia sudorientale — molti buddisti in Myanmar «sono sinceramente convinti che, come nel periodo coloniale, la loro religione e la loro cultura sono state minacciate da “un’onda anomala” di immigrazione musulmana». È quindi «comprensibile che nella memoria culturale dei rakhan vi sia la percezione di essere stati “travolti” dagli “immigrati musulmani”» afferma lo studioso.

Il passato spiega questi sentimenti. In epoca coloniale durante gli ultimi centocinquant’anni si sono in effetti verificati vari spostamenti di popolazioni bengalesi verso il Myanmar: inizialmente, per far fronte alla carenza di manodopera o per il lavoro nelle piantagioni; poi, durante la seconda guerra mondiale, dopo la sconfitta nel 1942 del Regno Unito da parte delle forze d’invasione giapponesi, le milizie rakhan sfruttarono il conflitto per vendicarsi dei loro nemici musulmani, costringendo decine di migliaia di persone a riparare in India; nel dopoguerra, infine, con il ritorno progressivo nel Rakhine dei musulmani, presto bollati come “immigrati clandestini bengalesi”.

Questa storia complessa e drammatica è il motivo per cui i rohingya non sono oggi tra le 135 minoranze etniche ufficialmente riconosciute e sono classificati come “bengalesi”. In questo contesto, aggiunge Lee Jones, va anche ricordato che oggi il Rakhine è il secondo stato più povero del Myanmar. In alcuni villaggi le condizioni non sono molto diverse da quelle dei campi profughi dove vivono molti rohingya.

Un tratto particolare del sentimento ostile ai rohingya è che viene condiviso dall’insieme della popolazione buddista in Myanmar, oltre a essere radicato in tutti gli schieramenti politici del paese, come viene precisato da Thant Myint-U. «Il sostegno popolare alla campagna dell’esercito ha messo in luce un violento pregiudizio contro i rohingya; questa ostilità collettiva è in grado di unire una maggioranza composta da comunità con interessi contrastanti» sottolinea Francis Wade.

Facendo un passo indietro, ci si rende conto che la crisi in Myanmar «è riconducibile a un problema etnico-religioso non ancora risolto: come definire la “birmanità”, cosa significa e quali sono i suoi criteri costitutivi» si chiede Sophie Boisseau du Rocher, del Centro Asia dell’Institut français des relations internationales (Ifri), interrogata dall’Osservatore Romano.

Aggiunge la studiosa: «Le risposte sono mutate da oltre un secolo e i musulmani dell’Arakan, oggi Rakhine, non trovano una risposta soddisfacente nonostante il fatto che alcuni di loro vi siano presenti da varie generazioni». Non esiste neanche un consenso dei vari gruppi etnici sulla natura dello stato, sull’organizzazione del potere e la divisione delle risorse, e questo dura sin dalla fondazione del paese. D’altronde, ancora oggi, le istituzioni statali sono estremamente fragili e in molte parti quasi assenti, nota dal canto suo Lee Jones.

Di sicuro, scrive Thant Myint-U, la vita politica oggi è più libera rispetto a qualsiasi periodo degli ultimi cinquant’anni e si sta almeno tentando di completare la transizione dalla dittatura militare a un governo democratico: «Nessuno vuole tornare all’isolamento. Ma l’insieme delle sfide che oggi il paese ha di fronte è così imponente che è difficile capire come questa tendenza positiva possa sopravvivere».

Boisseau du Rocher condivide la visione di un futuro molto delicato per il Myanmar. Tra l’altro perché al di là delle incomprensioni religiose, «si notano manipolazioni politiche dannose per il processo di riconciliazione». I risentimenti si sono accumulati da entrambe le parti, dice la studiosa, e pretendere di risolvere il problema con la violenza, o imponendo una soluzione venuta dall’estero, non è costruttivo. Secondo Boisseau du Rocher, «ci vorrà un processo endogeno di riflessione sulla birmanità per intravedere l’inizio di una soluzione, soluzione che comunque va oltre i rohingya e include gruppi che sono tuttora considerati come “nemici” dai birmani».

Anche Thant Myint-U invita ad avere uno sguardo più globale sulla situazione del Myanmar. Lo storico conclude infatti il suo articolo con questo monito: «Il mondo fa bene a dare priorità alla crisi in corso», ma con realismo, superando l’illusione che sia sufficiente un governo democratico per la soluzione di tutti i problemi. Altrimenti, avverte, «la crisi di oggi sarà solo la prima di una lunga serie».

di Charles de Pechpeyrou

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