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Viatico inesausto

· Il 9 luglio 1816: bicentenario dell'indipendenza dei paesi latinoamericani ·

«Fino a quando dovremo aspettare di dichiarare l’indipendenza?». Così nell’aprile 1816 si rivolge il generale José de San Martín all’amico Tomás Godoy Cruz, deputato della città di Mendoza al Congresso di Tucumán, riunito dal marzo del 1816 in quella che oggi è una città nell’estremo nord-ovest dell’Argentina ed era, allora, un avamposto ai confini dell’Alto Perú. 

Ritratto del generale José de San Martín (secolo xix)

Lontano, appannato, in pericolo appariva il traguardo raggiunto il 25 maggio del 1810, quando l’élite urbana di Buenos Aires — formata da proprietari terrieri, funzionari, intellettuali ed esponenti del clero — si era sollevata contro il viceré Cisneros e si era costituita, con oltre duecento suoi rappresentanti, in cabildo abierto per deporre i vertici dell’amministrazione spagnola e nominare un nuovo governo. Un governo creolo, in grado di rivendicare i diritti di coloro che ormai si rifiutavano di riconoscersi negli interessi perseguiti da Madrid e che pretendevano di chiamarsi americani.

In quello stesso 1810 la Spagna era tracollata sotto l’invasione napoleonica, il re Ferdinando vii era stato deposto e sostituito sul trono dal fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte. Alle notizie del collasso della madrepatria, i territori ispano-americani erano sprofondati in una drammatica crisi istituzionale. La rottura del rapporto con il sovrano legittimo si era identificata agli occhi delle élite creole con la rottura del patto costituzionale, che ritenevano sottoscritto con la Monarchia dai conquistadores e loro discendenti. Sia che quel patto venisse formulato nei termini della Scolastica di ascendenza tomista, sia che lo si volesse ricondurre alle teorie illuministiche del contratto sociale, l’uscita di scena del Borbone comportava, secondo i creoli americani ormai impazienti di assumere il destino della loro terra, il ritorno nelle mani del popolo di quella sovranità ch’era stata delegata al monarca per il conseguimento del bene comune. Dal Maggio argentino era scoccata la scintilla, che si era propagata in tutto il mondo ispano-americano. I movimenti clandestini, guidati da militari e intellettuali nutriti dai modelli della rivoluzione francese o della rivoluzione nordamericana, avevano innescato quelle rivolte contro il governo spagnolo, che da lì a poco sarebbero passate dalle rivendicazioni autonomistiche alla rivoluzione per l’indipendenza.

Il nuovo governo di Buenos Aires si era trovato a fronteggiare due gravi spaccature: la prima, quella interna, nei confronti delle fazioni militari e civili che laceravano il movimento insurrezionale in ragione delle diverse soluzioni politiche e istituzionali da adottare; la seconda, quella rappresentata dalla ribellione delle province dell’interno, a prevalente economia agricola e mineraria, che si concepivano estranee agli interessi della capitale rioplatense, ricca e mercantile, ritenuta espressione di una rinnovata dominazione. Vaste aree abbracciarono le armi per conquistare, a loro volta, l’indipendenza: la Bolivia, il Paraguay, l’Uruguay. Nella travagliata ricerca di un’identità nazionale, il mondo politico e culturale della moderna Argentina si divideva tra centralisti e federalisti, tra filo-monarchici (si andava fino a immaginare la restaurazione sul trono di un sovrano inca) e filo-repubblicani, tra conservatorismo e liberalismo, tra cattolicesimo e secolarismo. La lotta politica e fazionale, che portava con sé continui cambiamenti di governo e di leadership, produceva il fenomeno del caudillismo, che avrebbe determinato l’instabilità democratica del nuovo Stato indipendente.

Tra il 1814 e il 1815 il crollo dell’Impero napoleonico e il Congresso di Vienna riportarono sul trono di Spagna Ferdinando vii. La Santa Alleanza adombrò la minaccia di un intervento militare europeo in America per ripristinare il dominio borbonico. Le truppe spagnole, nuovamente sbarcate negli antichi possedimenti coloniali, vi animarono una sanguinosa controrivoluzione. I governi rivoluzionari caddero quasi dappertutto. Rimase al potere solo quello di Buenos Aires e un argentino di grande statura, San Martín, cominciò a preparare la riscossa radunando un esercito composito per reintrodurre la rivoluzione in Cile e in Perù.

Questo fu, dunque, il contesto storico in cui il 9 luglio 1816 il Congresso di Tucumán dichiarò l’indipendenza delle Province Unite del Río della Plata dalla Spagna e da ogni altro paese straniero. Altri anni confusi e conflittuali avrebbero dovuto trascorrere per formulare la costituzione (1819). L’indipendenza agì come una grande forza di liberazione, ma non tutti i suoi frutti furono dolci. Aveva innescato un processo che avrebbe portato gli argentini a farsi più coscienti della propria identità, ma la nuova idea di nazione alimentò anche aspri nazionalismi territoriali. L’economia argentina vide instaurarsi, nel campo del libero commercio e dell’economia di esportazione, il predominio inglese. La dottrina Monroe, enunciata da Washington durante il processo dell’emancipazione latino-americana, avrebbe prodotto la sostituzione della Gran Bretagna con gli Stati Uniti. L’indipendenza non comportò una rivoluzione economica e sociale. Fu il frutto di una rivoluzione esclusivamente politica. Vide la sostituzione dell’élite peninsulare con un’élite autoctona, che mantenne l’ordine e la gerarchia sociale propri della società coloniale. I governi dell’Argentina indipendente, pur nell’alternanza tra conservatori e liberali, non affrontarono alla radice i problemi della polarizzazione tra i grandi proprietari terrieri e i contadini, tra la modernizzazione della capitale e l’arretratezza dell’entroterra, tra gli interessi del grande commercio d’esportazione e la debole proto-industria nazionale, tra l’oligarchia dei ricchi e la moltitudine dei poveri, lasciando quasi intoccato il duplice campo della giustizia sociale e dell’integrazione del mondo indigeno nel nuovo sistema statale. «Dopo aver trionfato sugli oppressori — aveva scritto nel 1820 lo statista argentino Bernardino Rivadavia — dobbiamo trionfare su noi stessi. Ci resta da conoscere ciò che siamo, ciò che possediamo, ciò che dobbiamo ancora conquistare in un’ottica di rigenerazione salutare, che coinvolga tutta la popolazione». È il viatico inesausto dell’Indipendenza.

di Francesca Cantù

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15 dicembre 2017

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