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Viaggio tra le sofferenze dell’Africa

· Monsignor Jean-Marie Mupendawatu racconta alcuni momenti della visita del Papa in Benin ·

«Il volto del Papa segnato da una gioia spontanea, e tuttavia velato da una profonda tristezza, è l’immagine più bella che conservo tra i ricordi dell’esperienza vissuta in Benin accanto a Benedetto XVI». Monsignor Jean-Marie Mupendawatu, congolese, segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ha vissuto con particolare intensità l’incontro del Papa con il mondo della sofferenza rappresentato in Benin dai bambini, le prime vittime delle tante tragedie dell’Africa. Il presule ne parla in questa intervista rilasciata al nostro giornale al rientro dal viaggio apostolico al quale ha partecipato come membro del seguito.

I bambini lebbrosi nella cattedrale di Cotonou all’arrivo; quelli abbandonati raccolti dalle suore di madre Teresa nel foyer Pace e gioia; i ragazzini sfigurati dalla malattia, nei volti e nel corpo, tra i banchi della parrocchia di Santa Rita. Sono pagine del magistero della sofferenza testimoniato da Benedetto XVI in Benin. Come ha vissuto questi momenti?

Benedetto XVI ha una profonda sensibilità per la sofferenza umana. In ogni suo viaggio quello con i malati è un incontro che non manca mai. Per i bambini, soprattutto quelli ammalati, egli ha un debole particolare. Si china su di loro come un padre premuroso per offrire un momento di tenerezza. Lo scorso anno, proprio in questo periodo natalizio, si recò tra i piccoli ricoverati al Gemelli e lasciò a ciascuno un dono, proprio come fa ogni padre per i figli. In Benin ho potuto vedere da vicino il suo volto trasformarsi davanti alla sofferenza di quei bambini africani. Solo la loro allegria, la festa che gli hanno fatto sono riuscite a riaccendere in lui il sorriso. È un’immagine che conserverò a lungo tra i miei ricordi più preziosi. E cercherò di trasmetterla a quanti, nel mondo, si occupano di assistenza agli infermi.

Il Papa ha parlato all’Africa affinché il mondo intendesse. Pensa che il suo messaggio sia stato colto nel senso giusto?

Intanto quello del Papa è stato un messaggio di fiducia e di speranza. Un messaggio, peraltro, già contenuto nell’esortazione Africae munus nella quale ha posto l’accento proprio sul «tesoro prezioso presente nell’anima dell’Africa», cioè le «straordinarie ricchezze umane e spirituali dei suoi figli, delle sue culture multicolori, del suo suolo e del suo sottosuolo dalle immense risorse». Un tesoro che si rivela, come ha sottolineato, una risorsa preziosa anche per gli altri popoli, giacché costituisce «un immenso polmone spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Anche per questo il Pontefice ha esortato il mondo intero a «considerare l’Africa con sguardo di fede e di carità» per aiutarla a diventare «luce del mondo e sale della terra».

Ma l’Africa è un continente che soffre e si confronta con situazioni spesso incontrollabili quanto gravi. Come può divenire luce per il mondo?

È vero, l’Africa conosce tanti problemi. Dalle democrazie non compiute alla crisi economica, dai vecchi ai nuovi colonialismi, dalla corruzione all’analfabetismo, dai conflitti alle malattie pandemiche. Ma è proprio per questo che il Papa ha evidenziato l’importanza dell’annuncio di Cristo in queste terre martoriate: «Per stare in piedi, con dignità — ha detto — l’Africa ha bisogno di sentire la voce di Cristo che proclama oggi l’amore per l’altro, anche per il nemico, fino al dono della propria vita, e che prega oggi per l’unità e la comunione di tutti gli uomini in Dio». E come ha precisato bene nell’omelia della messa per la consegna dell’esortazione, l’«altro» è soprattutto il povero, il debole, l’emarginato, il malato. Benedetto XVI guarda all’Africa con gli occhi di Dio, capovolge la prospettiva, e al di là delle sue molte e dolorose piaghe, ne scorge il potenziale immenso, racchiuso in quelle «straordinarie ricchezze umane e spirituali». Evidenzia quella «ampia apertura del cuore e dello spirito» che predispone gli uomini «ad ascoltare e a ricevere il messaggio del Cristo» che li rende sorgente d’acqua viva per quella umanità inaridita e senza speranza.

In questa ottica rientra anche il suo rinnovato invito alla difesa della vita?

Nella visione africana del mondo, come ha ben compreso il Papa, la vita viene percepita come una realtà che ingloba e include gli antenati, i viventi e i bambini che devono nascere, tutta la creazione e ogni essere umano. Lo stesso universo visibile e invisibile viene considerato «uno spazio di vita degli uomini, ma anche uno spazio di comunione ove le generazioni passate sono a fianco, in maniera invisibile, delle generazioni presenti, madri a loro volta delle generazioni future». A questa visione per esempio, il pensiero occidentale può attingere traendone molto frutto.

Giovedì 1° dicembre si è celebrata la giornata mondiale della lotta all’Aids, un vero flagello per l’Africa. Qual è la situazione attuale?

Sul fronte della lotta all’Aids, ci sono diverse cose da dire. Intanto le conquiste della ricerca scientifica, con la messa a punto di nuovi paradigmi di cura, soprattutto negli ultimi anni hanno contributo a salvare molte vite umane. Ma l’approccio strettamente medico-scientifico, da solo, si rivela insufficiente a fronteggiare l’espandersi del contagio. Il Papa su questo aspetto si è espresso più volte e non ha mancato di farlo anche nell’esortazione post-sinodale per l’Africa, nella quale ha ribadito proprio che accanto a una risposta medica e farmaceutica, c’è assolutamente bisogno di un approccio etico che sollecito un cambiamento di comportamenti. Per esempio, astinenza sessuale, rifiuto della promiscuità sessuale, fedeltà coniugale.

Questo però sembra essere lo scoglio più grande da superare.

Far cambiare mentalità e modi di comportamento radicati nelle diverse culture, è certamente una sfida importante da affrontare. La Chiesa se ne fa carico attraverso le sue numerose iniziative di educazione e formazione della popolazione, particolarmente dei giovani. Il Papa però continua a sottolineare che per essere efficace, la prevenzione dell’Aids deve poggiarsi su una «educazione sessuale fondata essa stessa su un’antropologia ancorata al diritto naturale e illuminata dalla Parola di Dio e dall’insegnamento della Chiesa».

Una questione di educazione quindi?

Soprattutto di educazione. Ma io credo sia anche una questione di testimonianza. Non a caso il Papa non manca mai di incoraggiare gli operatori sanitari a considerare ogni malato come un membro sofferente del Corpo di Cristo, e dunque a offrire loro amore. Di fronte alle difficoltà quotidiane — dal numero crescente di malati all’insufficienza dei mezzi materiali e finanziari, fino alla defezione degli organismi benefattori — che trasmettono l’impressione di un lavoro senza risultati tangibili, il Papa esorta gli operatori a essere pazienti, forti e coraggiosi, e a farsi «portatori dell’amore compassionevole di Gesù». A questo scopo invita a custodire in ogni struttura sanitaria una cappella la cui presenza ricorderà al personale e al malato «che Dio solo è il Signore della vita e della morte».

In Africa la Chiesa è in prima linea nella lotta contro Aids.

Il contributo della Chiesa si sviluppa in modi diversi: sul piano etico e morale, su quello della formazione e su quello dell’assistenza. Certamente affianca il mondo della scienza e gli organismi nazionali e sovranazionali. Il Papa per questo impegno ha domandato riconoscimento e sostegno a livello nazionale e internazionale. Allo stesso modo ha voluto incoraggiare lo sviluppo di programmi di ricerca terapeutica e farmaceutica per sradicare le pandemie, ma soprattutto ha chiesto di rendere accessibili a tutti le cure. La Chiesa, del resto, da sempre sostiene il diritto di ogni uomo malato ad accedere alle cure. Per il nostro Pontificio Consiglio è un obiettivo costante.

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14 ottobre 2019

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