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Viaggio tra i cristiani d’oriente

· Gli scatti in bianco e nero di Linda Dorigo esposti a Trento ·

Rojava (Kurdistan siriano), villaggio di Gharduka,  sulla linea del fronte fra curdi e Is. Il villaggio è vuoto e l’unica chiesa è stata bombardata dai jihadisti dopo averla usata come trincea (gennaio 2014).

È un racconto sulla memoria e sulle insidie che la possono svilire e minare la mostra Nostalgia. Viaggio tra i cristiani d’Oriente, a cura di Annalisa D’Angelo, allestita, fino al prossimo 7 ottobre, al museo diocesano tridentino di Trento. La mostra (che s’intitola come il film di Andrej Tarkovskij del 1983) espone più di trenta fotografie in bianco e nero di Linda Dorigo che, insieme al giornalista Andrea Milluzzi, ha visitato le comunità cristiane di nove paesi del Medio oriente: Iraq, Iran, Libano, Egitto, Israele, Palestina, Giordania, Siria e Turchia. Un viaggio intrapreso dopo che la notte di Capodanno del 2011 un’autobomba esplose davanti alla chiesa dei Santi ad Alessandria d’Egitto. Un viaggio, o meglio un pellegrinaggio fotografico durato tre anni, trasformatosi in un racconto per immagini, diretto a documentare la storia delle comunità cristiane in pericolo, sotto la costante minaccia di violenze e soprusi. La macchina fotografica di Linda Dorigo offre uno spaccato esaustivo dei diversi aspetti di una realtà sfaccettata. L’obiettivo punta sul ragazzo-soldato di sedici anni arruolatosi per difendere i confini del proprio villaggio, per poi concentrarsi sulla festa per il patrono della comunità maronita. Vengono quindi fotografati i riti funerari caratterizzanti la Pasqua ortodossa e le case siriane, mini appartamenti di quindici metri quadrati dove vivono tre persone. Il nucleo narrativo che unisce le immagini della mostra ruota intorno al concetto di nostalgia, che si traduce nel rimpianto e nella tristezza per la lontananza da persone e luoghi cari: quella condizione psicologica appunto vissuta da queste comunità costrette, per fuggire dalle violenze, a lasciare le proprie terre. Ma il concetto non si esaurisce nella sfera della malinconia: si carica anche del valore di una risposta che si vuole dare al sentimento sempre incombente che rischia di ledere l’identità del singolo e della collettività. La mostra, come sottolinea la curatrice, non intende certo offrire un elegiaco rimpianto del passato, né vuole cedere al sentimentalismo: punta, al contrario, a proporsi come strumento di conoscenza di una realtà drammatica e come tramite — attraverso il richiamo a volti, dettagli e simboli — per salvaguardare la memoria di un ricco patrimonio umano, religioso e culturale, quale è quello della popolazioni del Medio oriente. Dove continuano a imperversare, con esiti spesso funesti, varie forme di estremismo.

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17 luglio 2019

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