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Viaggio nel cristianesimo felice

· ​Le prime Riduzioni in Paraguay secondo il gesuita Giuseppe Oreggi ·

Da quel pozzo senza fondo che è l’archivio romano della Compagnia di Gesù esce un testo piccolo di mole ma significativo e importante. Una relazione del gesuita Giuseppe Oreggi dalle prime Riduzioni del Paraguay: Paolo Poponessi, Viaggio nel cristianesimo felice. Giuseppe Oreggi SJ e l’epopea delle Reducciones gesuite in Paraguay (XVII-XVIII sec), il Cerchio, 93 pp, 12 euro, con prefazione di M.M. Morales.

L’autore di questo scritto era fratello del cardinale Agostino Oreggi, che fu personaggio di spicco nella Roma di inizio Seicento, consultore dell’Inquisizione e fra i protagonisti del processo a Galileo. Nulla sapevamo, invece, di Giuseppe, una figura sino a ora sconosciuta, che trascorse l’intera vita nelle remote (allora) missioni paraguayane. Era nato nel 1588 vicino a Forlì, entrò nell’Ordine ignaziano, studiò a Roma nel Collegio romano, chiese di poter andare in America e fu tra i prescelti, ciò che è già una testimonianza a suo favore, dato che in quegli anni la selezione del personale da inviare oltre oceano era quanto mai severa e passava attraverso un vaglio meticoloso dell’idoneità fisica e morale necessaria per sopravvivere nelle boscaglie selvagge e sconosciute del Sud America. Si imbarcò a Lisbona nel 1616 e approdò l’anno seguente a Buenos Aires. Di qui, via Cordoba, dove la Compagnia aveva predisposto il luogo di formazione, passò ad Asunción, vi si fermò alcuni anni e poi arrivò finalmente nelle Reducciones. Morirà nel 1664, dopo più di un trentennio di lavoro in questi villaggi dispersi tra i boschi dove stava iniziando la costruzione forse più geniale di tutta la storia missionaria. 

La città di Encarnación fondata come riduzione il 25 marzo 1615

La fase nota e celebrata delle Riduzioni, quella che ha ispirato a Ludovico Muratori l’espressione diventata famosa e utilizzata anche nel titolo di questo libretto, “cristianesimo felice”, è successiva alla morte di Oreggi. Egli operò invece nel loro momento iniziale, quando la “riduzione” (di qui il nome di queste missioni) degli indiani da “selvaggi” in civilizzati, da nomadi in sedentari e da pagani in cristiani era solo all’inizio e incontrava ostacoli, opposizioni e violente ribellioni. Nel suo operato non ci fu quindi nulla di gioioso, ma un lavoro sfibrante fra popolazioni che andavano senza vestiti, che usavano delle donne in totale libertà, con il volto deturpato da oggetti che trapassavano il naso, le labbra, le orecchie. Popolazioni che spesso respingevano i missionari con la violenza (nella sua prima destinazione, Oreggi andò a sostituire tre gesuiti assassinati) e apparivano «spaventevoli et orribili», scrive in questa relazione, non meno di quanto i missionari, vestiti di nero, sembrassero orribili ai guaranì, tanto che «i suoi fanciulli fuggono da noi come il diavolo». Altro che gioia e felicità! Le sue pagine scarne ci raccontano tutte le immani fatiche di un’iniziativa di civilizzazione ed evangelizzazione che molti hanno giustamente esaltato chiamandola il “sacro esperimento”, mentre altri, con altrettante buone ragioni, l’hanno vista come un caso quasi da manuale della deculturazione cui va incontro una cultura debole quando incontra una cultura più forte ed evoluta.
Da questo punto di vista la lettera di quest’uomo di Chiesa di quattro secoli fa che voleva solo descrivere e ignorava le sottigliezze delle moderne scienze etnologiche, offre molti elementi di riflessione, tanto agli esaltatori quanto ai critici delle Riduzioni. E racconta senza alcun abbellimento apologetico la vita miseranda di questi poveri missionari disperatamente soli nel cuore delle foreste sudamericane. «I padri che stanno in queste parti hanno da essere sarti, faligniami, calzolai et, in una parola, hanno da saper fare tutti li mestieri e chi non li sa ha carestia di tutte le cose perché non v’è chi lo possa aiutare. E così il travaglio è grandissimo e i padri vivono sempre in grande povertà, mezzo scalzi e ignudi senza camicia, senza lenzoli, senza pane e senza vino e molti senza carne, et appena si cavano la fame con i cibi degl’indii». Per non parlare della sua impressionante descrizione delle epidemie di vaiolo, che periodicamente falcidiavano gli indios: «Alcuni erano così rossi che parevano foco, altri causavano tanta bava che parevano il male caduco, alcuni in un battere d’occhio perdevano il sentimento, altri, vomitando sangue, finivano in un subito questa misera vita, altri s’andavano seccando a poco a poco».
Sulla vita nelle missioni la fantasia dei panegiristi ha spesso ricamato e fantasticato, ma le poche pagine di questo oscuro gesuita romagnolo, che aveva quasi disimparato a scrivere correttamente, ci riportano alla realtà.

di Gianpaolo Romanato

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15 dicembre 2019

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