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Nel giardino della Bibbia

Una passeggiata nel lussureggiante universo botanico della Bibbia. È l’itinerario a cui invita il libro Nel giardino della Bibbia (Firenze, Pontecorboli editore, 2016, pagine 86, euro 8,36) dell’architetto Mariella Zoppi, docente alla facoltà di architettura di Firenze, che passa in rassegna i fiori e le piante del creato così come evocati nelle Scritture. Un’impresa dai frutti singolari: chi penserebbe, infatti, di incontrare nell’elenco dei vegetali citati nei testi sacri il porro, la cipolla o il pistacchio? Così, partendo dalle parole iniziali di Dio che «la terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie» (Genesi, 1, 11), l’autrice si sofferma sui valori simbolici del vasto mondo vegetale. Se le specie presenti non superano la centinaia — numero assai limitato in confronto a quelle che conosciamo oggi ma spiegabile con il fatto che sono evocate solo quelle reperibili in Terra Santa all’epoca — esse richiamano comunque i vegetali più significativi nell’immaginario collettivo delle società di tradizione ebraica e cristiana.

Tra i miracoli della natura incontrati nel corso dell’insolita lettura, spicca sicuramente il giglio, emblema della promessa di salvezza per il popolo d’Israele, come profetizzato da Osea (14, 5-7), nonché pressante invito alla conversione: guarito della sua infedeltà, il popolo «fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano». Il giglio è protagonista del Cantico dei cantici e soggetto prediletto dall’iconografia: si pensi all’emblematica Annunciazione, attribuita a Leonardo da Vinci, raffigurante l’Angelo Gabriele che porge un giglio a Maria e proprio il suo intenso colore bianco gli valse l’appellativo di Giglio della Madonna, in quanto figura dell’immacolata purezza. Sinonimo di bellezza e prosperità, fu anche scelto da Luca per illustrare l’esortazione alla «gente di poca fede» ad avere fiducia nella provvidenza di Dio (12, 27-28): «Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi», dice Gesù.
Nel libro, accanto a creature ricorrenti e dall’alto contenuto simbolico come la vigna o il fico, colpisce tra gli altri il riferimento al lino, elemento poco conosciuto ma degno di nota. Associato alla figura di Giuseppe fin dalla Genesi (41-42), l’abito di lino gli viene conferito dal faraone come alta distinzione, insieme all’anello che «si tolse di mano» e al monile d’oro che «gli pose al collo». Il lino assumerà quindi una dimensione sacra nel Levitico che, al capitolo 6, prescrive ai sacerdoti di indossare, per l’esecuzione dei sacrifici, una tunica e calzoni di lino. Componente dell’efod, paramento destinato al sommo sacerdote (Esodo, 39), avvolgerà il corpo di Gesù nel sepolcro (Giovanni, 20, 7) mentre le vesti di fino lino «puro e bianco» delle nozze dell’agnello, sono definite «opere giuste dei santi» (Apocalisse, 19, 8).
Tali richiami alla purezza sono contrastati da tanti elementi capaci di raffigurare in pieno la personalità umana in tutti i suoi aspetti, dai più positivi ai più oscuri. Mentre i rovi e le spine incarnano l’arroganza e la corruzione, le palme evocano la nobiltà dei giusti: dotate di anima, queste creature «insegnano, proteggono e puniscono», afferma Mariella Zoppi, che sottolinea il loro potere di semplificazione degli insegnamenti complessi diffusi nelle parabole, umanizzandoli e inserendoli nella quotidianità universale.

Solène Tadié

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24 maggio 2019

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