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Viaggio in Argentina

· L'incontro a Buenos Aires e lo scambio epistolare tra il poeta indiano Tagore e l'intellettuale Victoria Ocampo. ·

«Per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi, per mezzo dei quali, con consumata abilità, ha fatto sì che il suo pensiero poetico, espresso da lui stesso in inglese, entrasse a far parte della letteratura occidentale». Queste le motivazioni del premio Nobel per la letteratura che nel 1913 fu assegnato a Rabindranath Tagore, il poeta nato a Calcutta nel 1861, cosm0polita sia per formazione sia per insoddisfazione esistenziale e costante ricerca spirituale. 

A ciò lo disponeva, come si può comprendere più lucidamente a distanza di un secolo, la composita storia e cultura della sua terra, in cui era profondamente e appassionatamente radicato. La sua stessa identità e matrice filosofica, insieme alla poliedrica preparazione, lo stimolavano a evitare accettazioni passive e a guardare con occhio critico anche il proprio contesto, proiettandosi precocemente verso altre culture e altri mondi, inclusi quelli del futuro e della ricerca scientifica.
Come spiega un suo profondo conoscitore e traduttore dal bengali, Marino Rigoni, «il primo amore, il primo trasporto religioso, Tagore lo sperimentò attraverso un sentimento di intimità con la natura, tanto da arrivare a un concetto panteistico dell’universo. Ma per quanto la bellezza, le luci, i colori gli facessero conoscere uno stato di straordinaria gioia, questa non fu mai sufficiente a soddisfarlo. Soltanto attraverso l’uomo, cioè nel servizio, riuscì a raggiungere Dio veramente». 

Tagore seleziona le opere per la mostra di Mosca del 1930

Una ricerca e una consapevolezza che lo portarono a farsi cultore e richiestissimo messaggero, fino alla tarda maturità, di molte arti e di un unitario ideale pedagogico, che esplicò nella sua terra nella scuola di Santiniketon da lui rifondata (divenuta università internazionale nel 1921), e a largo raggio in estenuanti giri di conferenze intercontinentali fino alla tarda maturità.
Nel 1890 visita Italia, Francia e Inghilterra (era già il suo secondo viaggio in Europa). Nominato nel 1891 vicepresidente dell’Accademia di Lettere del Bengala, nel 1901 rinuncia alla vita della Calcutta colta e si ritira a Santiniketon.
Quando, nel 1905, il governo inglese smembra il Bengala, Tagore si schiera tra le forze moderatrici. Nel 1915, già Nobel, incontra Gandhi (con il quale le sue posizioni non sempre collimarono); negli anni 1916-1917 parte per una serie di conferenze negli Stati Uniti e in Giappone. Tra il 1922 e il 1925 visita Malesia, Cina, Giappone, Perú, Argentina, Italia, Svezia, Germania, Danimarca.
Ci si può chiedere, accostandosi al continente latinoamericano e in particolare all’Argentina, come si disponesse il poeta, già maturo di età e di orizzonti esperienziali, a visitare una terra culturalmente e umanamente composita, segnata da ferite e apporti in qualche misura confrontabili, mutatis mutandis, con quelli dei suoi luoghi di origine, nel ventennio tra le due guerre, quando già stavano radicalmente mutando, insieme agli equilibri interni e internazionali, anche i parametri ideologici rispetto ai quali erano state fino ad allora misurate le culture “non occidentali”. È interessante, a tal proposito, un volumetto recentemente uscito a cura di Maura Del Serra contenente l’epistolario, tradotto per la prima volta in italiano, tra il poeta indiano e l’intellettuale argentina Victoria Ocampo (1890-1979, primogenita di sei sorelle tra cui Sylvina). Inserito nella collana «Lettere d’amore» con il titolo Non posso tradurre il mio cuore, lettere 1924-1940 (Milano, RCS Libri, 2014, inserto settimanale del Corriere della Sera, 122 pagine, euro 6,90), il libro illumina una tranche de vie di oltre quindici anni, fino alla morte del poeta.
Saggista, traduttrice e, nella maturità, artefice della rivista latinoamericana e internazionale Sur dove avrebbe scritto tra gli altri anche Borges, Victoria (Vijoya nell’affettuosa traslitterazione del poeta) si trovò, per una fortuita serie di circostanze, a incontrare Tagore (di cui era da tempo una lettrice) appena arrivato a Buenos Aires, indisposto e a disagio, salvandolo, per ammissione di lui stesso, dalla vita d’albergo e dall’assalto della folla e dei circoli esclusivi bonaerensi. Lo ospitò in una villa a San Isidro (Miralrío sul Río de la Plata) dal novembre 1924 ai primi di gennaio 1925, quando il “Gurudev” ripartì alla volta dell’Italia.
Separata dopo un matrimonio infelice, sentimentalmente inquieta, Victoria si appassionò al poeta, il quale, pur segnato da lutti che lo inducevano ad ammettere il suo «immenso carico di solitudine», pose subito una barriera a ogni possibile liaison affrettandosi a precisare che quel peso gli veniva principalmente dalla «fama straordinaria e improvvisa», e dal fatto di essere apprezzato e richiesto per il suo «prezzo di mercato» più che per il valore personale.
Già in presenza, ma specialmente dopo la partenza di Tagore, Victoria a sua volta sublimò ed estese il proprio amore «all’intera India, allora fortemente e conflittualmente impegnata nella lunga lotta per l’indipendenza guidata da Gandhi. Un’India sognata come proiezione del “Gurudev”, nella quale Victoria, nonostante i ripetuti e a loro volta sempre più nostalgici inviti di Tagore, non si recherà mai» (Maura Del Serra). Aveva forse timore di non ritrovare il vagheggiato «paese dell’anima»? O riluttanza «a trasformare il suo brillante ruolo di colta e peculiare mecenate in quello di devota ma invisibile secretaria» in un mondo «socialmente lontano dalla propria koinè di agio brillante e di prestigiose amicizie artistico-letterarie»?
I due si rividero soltanto in occasione della prima mostra mondiale dei disegni e delle opere pittoriche di Tagore a Parigi, organizzata nel 1930 con il decisivo aiuto della Ocampo. Un’arte che il poeta aveva iniziato proprio a Miralrío, partendo a quanto pare dall’elaborazione ritmica a inchiostro delle cancellature nelle poesie, trasformate in «scarabocchi piangenti come peccatori imploranti la salvezza», per dirla con Tagore nel saggio My Paintings. La ricchissima produzione figurativa del poeta consiste in «oltre 2400 opere, che esercitarono un (pur controverso) influsso innovatore, aperto alle avanguardie occidentali, sulle successive generazioni artistiche bengalesi e indiane tout court». Meno nota della produzione poetica, la collezione fu poi in mostra, sempre nel 1930, a Londra, Birmingham e Mosca; solo dopo decenni, nel 1986, a Calcutta. Ai nostri giorni, è stata riportata alla luce durante le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario della nascita di Tagore, nel 2012, in una grande mostra tripartita tra Buenos Aires, Chicago e Roma (dove l’abbiamo visitata alla Galleria nazionale d’arte moderna, col titolo The Last Harvest).
Nel prosieguo del carteggio, si registra un progressivo distacco di Victoria, combattuta fra l’attrazione degli ambienti europei e internazionali e l’impegno attivo nella terra in cui comunque si sentiva radicata. Nell’anziano Gurudev, reduce dal viaggio nella Russia sovietica e in Canada, «il mito paradisiaco e sublimante del soggiorno a San Isidro» maturava frattanto come «un sentimento che si nutre di una crescente nebbia metastorica anelante a una “casa” lontanissima che ora splende irraggiungibile nell’atmosfera di un mondo brutalmente “abbuiato” dalla guerra mondiale incombente». Non verranno mai meno tuttavia, nel poeta premio Nobel, le «estreme speranze nell’humanitas europea».

di Isabella Farinelli

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16 dicembre 2017

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