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Viaggio al termine
della notte (del bullismo)

· Una storia solo apparentemente fantasy il romanzo a fumetti di Philip Osbourne ·

Noah, il protagonista del libro, si imbatte per caso nel compito che ha scolpito nel nome. Dovrà traghettare fuori da una tempesta di inaspettata violenza, da un diluvio che rischia di travolgere tutto le cose che ama di più: sua sorella gemella, Elen, i suoi genitori, la sua stessa vita. L’inedito copione che gli è toccato in sorte di vivere lo porterà a combattere perfino per salvare la vita di chi non lo ama affatto, di quelli che considera i suoi peggiori nemici. 

Elen nel disegno di Roberta Procacci

Apparentemente, Il signore della notte e i bulli di Philip Osbourne (Roma, Armando Curcio Editore, 2018, pagine 160, euro 11,90) è una storia fantasy dalle tinte horror ambientata nel mondo “wicca”, stregonesco new age di moda fra gli adolescenti degli anni novanta, come ce ne sono tante, nel mare magnum delle piccole o piccolissime case editrici che si occupano di fumetti e graphic-novel.
In realtà, a uno sguardo più attento, rivela un sottotesto di grande profondità e bellezza. Merito (anche) della sapiente matita di Roberta Procacci, dal tratto ironico e volutamente naïf che introduce il lettore in un mondo visionario e gotico ma sempre bonariamente fanciullesco, alla Tim Burton per intenderci.
Davvero bella, per intensità e sintesi la tavola in cui Elen, la sorella del protagonista, è raffigurata come una novella Dafne, o un Sebastiano al femminile trafitto da mille frecce. Di colpo, senza ben capire come sia potuto succedere, Elen si rende conto di essere diventata la vittima preferita dei bulli e delle bulle della sua scuola. Cerca di vivere la vita di prima come se niente fosse successo, ma la marea dell’odio la soffoca, la rabbia le toglie il respiro.
Rischia di trasformarsi in vegetale perché inchiodata al suo stesso rancore da troppe ferite, metafora esplicita degli attacchi violenti che l’assediano. È bella, intelligente, sicura di sé, Elen, ma la sua forza vitale rischia di inaridirsi nell’odio, diventando un tronco secco e infecondo, minato da un ambiente circostante sempre più ostile, quando al disprezzo che sente crescere intorno a sé si aggiunge anche tanto e inaspettato fuoco amico. Rischia di morire dentro, Elen, simulando nella vita di tutti i giorni in classe allegria e ottimismo, recitando la parte della “vita di prima”.
Dal buio, richiamato dall’odore del sangue, emerge Mister Night, un mostro arcaico a metà strada tra Khtulu di Lovecraft e gli strampalati demoni di Ghostbusters, un essere misterioso capace di vendicare chi lo invoca. Ci fermiamo qui nella narrazione della trama per evitare spoiler guastafeste e togliere al lettore il gusto del colpo di scena finale, la rivelazione su chi siano i veri cattivi della storia.
Basato su una storia vera, Il signore della notte e i bulli tratta con originalità e delicatezza un argomento di cui si parla molto ma spesso (troppo spesso) a sproposito. La violenza tra i ragazzi e tra i bambini — dice uno dei protagonisti del romanzo — «era solo qualcosa di cui avevo sentito parlare nei tg e in qualche film. Non ne ero mai stato toccato, forse perché non frequentavo i corridoi della scuola o qualche gruppo».
Ci si sente lontani da questi racconti, finché non riguardano nostro figlio, o un nostro amico adolescente bersagliato da centinaia di messaggi ostili sui social, da una marea di attacchi apparentemente inarrestabile. E, di colpo, ci si ritrova protagonisti di quello che sembra un brutto sogno. «Non basterà ignorare le chat, i messaggi minatori o le continue persecuzioni. Non basterà neanche appoggiarsi alle persone care» confessa Elen a suo fratello gemello, Noah, l’unica persona di cui sa di potersi fidare. Ma ormai Elen non ascolta più neanche i suoi consigli. Ormai è decisa a tutto, pur di fermare chi la fa soffrire così tanto: persino arrivare al paradosso di affidarsi a un mostro, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, e la sicurezza delle persone che più ama.
Non è facile parlare in modo davvero competente di un tema così delicato: il rischio di scivolare nella chiacchiera da bar è sempre dietro l’angolo. «Nel bullismo — scrive Mario Leone in un articolo uscito su «Il Foglio» del 4 marzo scorso, in cui consiglia la lettura dell’ultimo saggio di Daniele Novara su questo argomento — la persona da recuperare non è solo chi subisce ma anche chi compie l’atto violento». Novara (in I bulli non sanno litigare uscito nel 2007, da poco rieditato dalla Bur, con la collaborazione dello psicologo Luigi Regoliosi) più che offrire strategie porta il lettore a riflettere su come ancora, nonostante fiumi di inchiostro siano scorsi e innumerevoli convegni siano stati organizzati sul tema, anche le tradizioni pedagogiche più moderne fatichino a cogliere le potenzialità dell’esperienza conflittuale specialmente in età infantile.
È fondamentale sviluppare nei ragazzi il pensiero laterale e la capacità tra pari di negoziare, cooperare e quindi fare comunità. L’adulto deve favorire queste dinamiche positive e non ergersi a giudice che, dopo una fase istruttoria, emette una sentenza. Novara e Regoliosi propongono un approccio nuovo centrando il focus sull’adulto, un educatore solido nella proposta, nella formazione e nella capacità di affrontare il problema. L’insegnante è il vero protagonista dell’intervento. Questi dev’essere capace di un’azione sul gruppo e non sul singolo (che darebbe vita a un procedimento giustizialista), deve porsi le domande giuste e raccogliere discretamente gli elementi decisivi (l’età dei protagonisti in gioco, i tempi, i luoghi, le azioni perpetuate). Il bullismo si estirpa dall’interno del gruppo sfruttando le potenzialità che un insieme guidato di persone può offrire: il parlarsi (che può iniziare anche come litigio o addirittura come atto violento ma spesso si conclude in un accordo), il guardarsi reciprocamente (gli autori propongono alcuni interventi in classe che favoriscano sempre un dialogo in cerchio), ascoltarsi.
Tutte queste sembrano quasi strategie banali, oseremmo dire (sbagliando) scontate. Non lo sono perché la capacità di sentirsi parte di una comunità, confrontarsi con il diverso, non prevaricare il più debole o chi la pensa diversamente da noi, si sta perdendo. «I ragazzi — chiosa con amara ironia Leone — hanno sotto gli occhi tutti i giorni un mondo che è in perenne rissa (guardare la campagna elettorale delle ultime elezioni politiche) dove l’altro non è una risorsa ma un’entità da assoggettare violentemente alla mia presunta superiorità».

di Silvia Guidi

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20 ottobre 2019

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