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Vescovo in tenda

· Decimo anniversario della morte di Vincenzo Savio ·

Un vescovo in tenda. Come succede ai pastori di mestiere che passano lunghe stagioni con il proprio gregge nelle solitudini sterminate dei monti, dei pianori, delle praterie. 

L’immagine della tenda è sua, del vescovo Vincenzo Savio, a dieci anni dalla morte ancora amato e rimpianto ovunque è passato: Livorno, Bergamo, Belluno, Feltre. L’ha ricordato Michele, uno degli amici. A Vincenzo scappò detto all’amico che d’estate teneva sempre una tenda nel baule dell’auto e appena gli era possibile passava una notte sotto le stelle, quando doveva viaggiare. E la tenda gli tornò alla mente parlando dell’oratorio. «L’immagine più bella dell’oratorio che si espande verso la strada — azzardò per farsi capire — potrebbe essere quella della tenda: si sposta e si adatta in ogni luogo, non è carica di cose, è aperta e chi sta dentro sente le voci di chi sta fuori e viceversa».

Il suo servizio episcopale, intenso e troppo breve per non lasciare rimpianti, si concluse la mattina del 31 marzo 2004 a Belluno, dopo una malattia aspra e veloce. È rimasta viva la sua testimonianza evangelica. Eppure era un uomo che la notte della diagnosi infausta del male pianse a lungo, al telefono, sulla mia spalla lontana. Tristezza e malinconia superate dall’affidarsi alla volontà di Dio tanto da scrivere nel breve testamento spirituale stilato sul letto di morte: «Ad ogni buon conto la cosa più importante è dire a tutti che io sono senza misura contento di Dio. Una meraviglia!».

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16 settembre 2019

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