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Vescovi nella terra di Confucio

· Raccolti i necrologi pubblicati sull’Osservatore Romano ·

Esce in questa settimana Vescovi nella terra di Confucio (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2017, pagine 216, euro 14), un singolare libro che raccoglie i necrologi dei vescovi cinesi pubblicati dall’Osservatore Romano sotto la rubrica «Lutto nell’episcopato» dall’8 aprile 2004 — quando per la prima volta il quotidiano ha dato notizia ufficiale della morte di un presule della Cina ordinato dopo la rottura del regime comunista di Pechino con la Santa Sede del 1951 — al 30 giugno 2017. Curato dal giornalista di «Avvenire» Gianni Cardinale, il volume in appendice riproduce la Lettera ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica popolare cinese di Benedetto xvi (27 maggio 2007) e pubblica un elenco, non ufficiale, dei vescovi cinesi ancora in vita. In questa pagina anticipiamo quasi per intero il testo della prefazione.

I protagonisti dell’insolita pubblicazione sono tutti vescovi in comunione con il successore di Pietro, cittadini della Cina e là deceduti tra il 2004 e il 2017, la cui scomparsa è stata resa pubblica da «L’Osservatore Romano» nella rubrica «Lutto nell’episcopato» e talvolta anche con l’aggiunta di articoli di cronaca. L’arco temporale non è stato scelto a caso. Infatti, soltanto dal 4 aprile 2004 il quotidiano della Santa Sede ha deciso di rendere noti gli eventi funebri concernenti l’episcopato cinese.

L’eloquenza dei messaggi raccolti in quest’opera sta tutta nei fatti riportati che, attraverso la trama vissuta dai presuli, documentano vicissitudini, travagli e sviluppi delle rispettive comunità diocesane e il loro accidentato rapporto con il regime inaugurato dalla rivoluzione maoista. Gli spiragli aperti sono di estremo interesse in quanto fanno luce sulla storia, ancora inedita, della Chiesa tra gli eredi del Celeste impero e sulle evoluzioni verificatesi all’interno della Repubblica popolare cinese.

L’autorevolezza della composizione deriva da due fattori. In primo luogo, la capacità dell’autore, già dalla sua introduzione, di guidare i lettori attraverso una moltitudine di particolari poco conosciuti. Infine, la sua appendice finale offre una interessante “mappa” delle diocesi metropolitane e suffraganee nel continente cinese, la quale consente di orientarsi nella confusione creata dalle modifiche apportate alle circoscrizioni ecclesiastiche dall’autorità statale. In secondo luogo, il valore dell’opera deriva dall’autorevolezza della fonte alla quale attinge i dati, cioè «L’Osservatore Romano», per elevatezza culturale, affidabilità e accuratezza delle notizie in esso pubblicate.

Colpisce anzitutto la varietà dei titoli riconosciuti ai singoli presuli. Ad esempio, si va dal più comune «vescovo di», relativamente a una diocesi e talvolta anche a una arcidiocesi (indicata o solo con il nome proprio o con l’aggiunta del nome comune «della diocesi di»), all’appellativo semplice di «vescovo», senza riferimento a una specifica circoscrizione ecclesiastica; dalle qualifiche di «arcivescovo», «ausiliare», «coadiutore», «emerito», in ordine a strutture diocesane, fino a «vescovi» a capo di prefetture apostoliche, che solitamente nella Chiesa sono rette da ordinari non insigniti dell’ordine episcopale.

Questa complessità atipica è indice di una situazione anomala, soggiacente agli appellativi riportati, connotata dall’esistenza in Cina sia di vescovi legittimamente nominati dalla Santa Sede (o legittimati poi dalla stessa) e ufficialmente riconosciuti dall’autorità governativa sia di vescovi consacrati con il mandato pontificio ma “clandestini”, non riconosciuti dallo Stato. La situazione è ulteriormente complicata a seconda che la circoscrizione ecclesiastica affidata ai singoli pastori sia prevista nell’ordinamento statale o figuri solo nell’organizzazione ecclesiastica stabilita dalla Sede apostolica.

Un elemento che accomuna tutti i presuli riportati nei necrologi è il triste corredo di patimenti, detenzioni o lavori forzati che hanno dovuto subire, senza però conservare risentimenti per l’amata patria, tratti che li rendono cittadini esemplari e cristiani eccellenti testimoni di fede.

Nella generalità dei casi, la loro ordinazione episcopale è avvenuta in età molto avanzata, non di rado sopra i settantacinque anni compiuti. Ciò si spiega con il divieto di ogni sacra ordinazione, imposto dal regime maoista fino alla soglia degli atti ottanta del secolo scorso, il quale ha prodotto un innalzamento dell’età dei possibili candidati all’episcopato.

Infine, ci piace rilevare un dato non trascurabile. Diversi presuli tra quelli citati hanno ricevuto una solida formazione all’università cattolica Fu Jen, fondata a Pechino nel 1927 per impulso del primo delegato apostolico in Cina, monsignor Celso Costantini. A lui vanno riconosciuti molti meriti a beneficio dei fedeli nella terra di Confucio, tra i quali quello di essere riuscito nell’impresa, fallita nei secoli precedenti, della plantatio ecclesiae, mediante la consacrazione dei primi vescovi cinesi a partire dal 1926. Nell’articolo di cronaca riportato da «L’Osservatore Romano» del 16 maggio 2004 a pagina 4, a proposito dei funerali di monsignor Francesco Saverio Guo Zhengji, è scritto: «Un desiderio che il presule ha accarezzato fino agli ultimi giorni della sua vita, è stato quello di vedere riaperta la sua università, l’alma mater, la Fu Jen di Pechino e di riabbracciare i suoi vecchi compagni di studio».

È un auspicio che rilanciamo, nella convinzione che in Cina sta per aprirsi un’era nuova e più favorevole sia per il bene dei cattolici che dell’intero popolo, nella cui prospettiva si colloca anche il presente volume.

di Bruno Fabio Pighin

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