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Verso orizzonti più vasti

· ​Per il bicentenario dell'indipendenza dell'America latina ·

Introduzione del Papa al libro di Guzmán Carriquiry

Più di sei anni fa ho avuto il piacere di scrivere il prologo di questo bel libro del dottor Guzmán Carriquiry Lecour, firmando come cardinale arcivescovo di Buenos Aires. Ora presento questa nuova edizione come Papa Francesco, vescovo di Roma, venuto dalle viscere della fede, della storia e della vita dei popoli latinoamericani. Ad aprile del 2015 ho confermato l’autore di questo libro, anche lui rioplatense come me, quale segretario incaricato della vice-presidenza della Commissione Pontificia per l’America latina. 

La Vergine di Guadalupe raffigurata  nel murale della «Veladora»  a San Antonio in Texas

Oggi sono lieto di poter accompagnare il rilancio di questo volume, perché il bicentenario dell’indipendenza latinoamericana continua ad avere vigore e risonanza. Non è solo questione di date, perché appena ieri questo evento tanto significativo è stato commemorato soltanto in alcuni paesi dell’America latina, ma s’intravede in un orizzonte vicino la sua commemorazione in Cile, Perù, Brasile e in tutto il Centroamerica. Inoltre, l’incerto cammino dell’indipendenza dei nostri paesi, con i suoi progressi e i suoi regressi, sempre minacciato da diversi tipi di colonialismo, ancora non si è concluso.
Le gesta patriottiche dell’emancipazione americana, come pure, alle nostre origini, le apparizioni di Nostra Signora di Guadalupe nel quadro di un’epopea missionaria e di un meticciato lacerato, sono tra gli eventi fondanti della nostra patria grande latinoamericana. Amore e dolore, morte e speranza li segnano dal più profondo nella vita dei nostri popoli. Sono come un concentrato determinante della storia, della sua bellezza e le sue miserie, di sofferenze e speranze. Bisogna tornare periodicamente ad essi per non restare “orfani di Patria”; sono l’ermeneutica per conservare, rafforzare ed eventualmente recuperare la nostra identità.
Ma c’è anche un altro motivo importante per apprezzare questa nuova edizione. Non è passato inosservato a un attento latinoamericano come il dottor Carriquiry Lecour il fatto che, sei anni fa, l’America latina stava concludendo un ciclo di forte crescita economica in condizioni internazionali favorevoli, che ha visto oltre quaranta milioni di latinoamericani uscire dalla povertà e costituire nuove classi popolari. Una lunga ondata di depressione provocata dalla crisi economica mondiale, unita a catene di corruzione e violenze, ha segnato una transizione fino al momento attuale, in cui l’America latina sembra vivere nell’angoscia e nell’incertezza, con strutture politiche incrinate, con un nuovo incremento della povertà e con un approfondimento degli abissi dell’esclusione sociale per molti. Ci addolora la patria che, di fatto, non accoglie e non custodisce tutti i suoi figli. Aneliamo invece alla patria grande, ma sarà grande solo — si legge nel documento di Aparecida al n. 527 — quando lo sarà per tutti, e con maggiore giustizia ed equità.
Che cosa sta accadendo in America latina? Che cosa è rimasto dell’appellativo “continente della speranza”? Forse ci siamo rassegnati a un pragmatismo di cortissimo respiro in mezzo alla confusione? Ci limitiamo a manovre di cabotaggio senza rotte certe? Siamo tornati a confidare in ideologie che hanno mostrato insuccessi economici e devastazioni umane? Il bicentenario dell’indipendenza è una buona occasione per alzarsi in volo e guardare verso orizzonti più vasti. C’è bisogno di dibattiti seri e appassionati sul nostro passato, presente e futuro. Dobbiamo sviluppare e discutere progetti storici che mirino con realismo a una speranza di vita più degna per le persone, le famiglie e i popoli latinoamericani. Urge poter definire e perseguire grandi obiettivi nazionali e latinoamericani, con consensi forti e mobilitazioni popolari, al di là delle ambizioni e degli interessi mondani, e lontani da manicheismi ed esasperazioni, da avventure pericolose ed esplosioni incontrollabili. Più che adagiarci nell’indifferenza e nell’insignificanza, siamo sfidati a elevare utopie di autentica libertà e liberazione integrale, sostenute da rinnovate “gesta patriottiche” (come conclude bene questo libro).
Perciò, pochi mesi fa, quando a metà del 2016 è stato commemorato il bicentenario dell’indipendenza dell’Argentina, ho scritto un messaggio alla mia amata patria dicendo: «Con il sostegno di questi duecento anni, ci viene chiesto di continuare a camminare, di guardare avanti. A tal fine penso — in modo particolare — agli anziani e ai giovani, e sento il bisogno di chiedere loro aiuto per continuare a camminare verso la nostra meta. Agli anziani, i “memoriosi” della storia chiedo di avere il coraggio di sognare, superando la “cultura dello scarto” che ci viene imposta a livello mondiale. Abbiamo bisogno dei loro sogni, fonte d’ispirazione. Ai giovani chiedo di non mandare in pensione la loro esistenza nel quietismo burocratico in cui li confinano tante proposte prive di speranza e di eroismo. Sono convinto che la nostra patria ha bisogno di rendere viva la profezia di Gioele (cfr. Gioele 4, 1). Solo se i nostri nonni avranno il coraggio di sognare e i nostri giovani di profetizzare grandi cose, la patria potrà essere libera. Abbiamo bisogno di nonni sognatori che spingano i giovani, che — ispirati da quegli stessi sogni — corrano avanti con la creatività della profezia».
Questa stessa creatività della profezia si chiede ai pastori della Chiesa in America latina, al di fuori di qualsiasi clericalismo sradicato e astratto. Nei miei viaggi apostolici in paesi latinoamericani ho potuto ammirare nuovamente le energie di fede e saggezza, di dignità e solidarietà, di gioia e speranza che pulsano nel cuore della nostra gente e animano il suo ethos culturale.
I popoli, specialmente quelli poveri e semplici, conservano le loro buone ragioni per vivere e convivere, per amare e sacrificarsi, per pregare e mantenere viva la speranza. E anche per lottare per grandi cause. Perciò m’interessa riunirmi periodicamente con i movimenti popolari, portavoce della sacrosanta parola d’ordine di “casa, terra e lavoro” per tutti. Per riuscire a farlo, occorre lottare per un nuovo modello di sviluppo sostenibile, equo e rispettoso del creato. E quante sono le opere di misericordia che il recente anno giubilare ha incoraggiato a creare ovunque, rispondendo ai più diversi bisogni, in solidarietà con i poveri e con quanti soffrono! Bisogna sommare e non dividere. Bisogna sommare, sì, le più diverse esperienze che già vive in erba e vigilia questo mondo di fratelli che tutta la vera patria – che è paternità e riflesso della paternità di Dio – anela e manifesta.
Commemorare il bicentenario oggi o serve a raccogliere l’eredità interpellante e le questioni irrisolte che ci ha lasciato l’indipendenza, e ad affrontare tutti i “compiti in sospeso” — come prospetta questo libro — o non serve a nulla; sarebbe soltanto un nuovo motivo di distrazione e di manipolazione folcloristica. Non sprechiamo i grandi eventi della nostra storia.

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16 dicembre 2017

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