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Verso le presidenziali
in Corea del Sud

· La disoccupazione giovanile pesa sul voto ·

Si va concludendo la campagna elettorale per le elezioni presidenziali sudcoreane. Il prossimo 9 maggio i cittadini saranno chiamati a scegliere il successore della presidente deposta Park Geun-hye. Un totale di quindici candidati — un numero record — sono attualmente in corsa con due candidati su tutti in testa nei sondaggi: Moon Jae-in del Partito Democratico della Corea, che attualmente controlla la maggior parte dei seggi dell’assemblea nazionale, e Ahn Cheol-soo del Partito Popolare, il terzo partito del paese.

Ahn, un ex medico di 55 anni e creatore di antivirus per software, è emerso come l’unico probabile avversario del cattolico Moon Jae-in, anche se nei sondaggi non riesce a sfondare il muro del dieci per cento. Moon Jae-in, che invece i sondaggi premiano con circa il trenta per cento delle preferenze, la percentuale più alta tra i principali candidati, è un ex avvocato di 64 anni che in passato ha lavorato a fianco dell’ex presidente Roh Moo-hyun. Se fosse eletto, non sarebbe il primo presidente cattolico sudcoreano in quanto già Kim Dae-jung aveva servito come presidente tra il 1998 e il 2003.

Moon nasce nell'isola meridionale di Geoje nel 1952 durante la guerra di Corea, dopo che i suoi genitori erano fuggiti verso il sud. Suo padre era impiegato in un campo di prigionia mentre sua madre vendeva uova nella vicina città portuale di Busan. Proprio a Busan, Moon, nel corso della sua carriera di avvocato ha avuto modo di occuparsi di questioni relative ai diritti umani e civili dei lavoratori, un passato che, soprattutto oggi, alla luce dei gravi scandali per corruzione che hanno spinto l’alta corte coreana a deporre l’ex presidente Park, lo fanno apparire come un vero rappresentante del popolo.

Tuttavia, più che le biografie dei candidati, a influenzare l’esito di queste elezioni saranno forse le questioni di ordine economico: il rallentamento della crescita, la crescente disuguaglianza salariale e la disoccupazione giovanile.

Se pure il paese, dopo la guerra, ovvero a partire dagli anni Cinquanta, ha conosciuto una crescita formidabile — il reddito nazionale lordo pro capite è cresciuto a partire da 67 dollari proprio dopo la guerra fino a 27.561 dollari nel 2016 — oggi di quel periodo resta solo un ricordo sbiadito e la difficoltà di trovare buoni posti di lavoro crea non pochi problemi ai giovani neolaureati. Il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 9,8 per cento nel 2016, più del doppio di vent’anni fa. Nello stesso periodo l’età media del primo matrimonio per gli uomini è salita a 32,8 anni da 28,4 anni. Il tasso di natalità è pari a 1,26 per donna, tra i più bassi delle nazioni dell’Ocse.

Nonostante la scarsa fiducia nell’immediato futuro, la partecipazione al voto tra i giovani potrebbe essere il vero ago della bilancia della contesa elettorale: nelle elezioni precedenti, quelle del 2012, il 69 per cento dei ventenni si è recato al seggio, e addirittura l’81 dei trentenni.

Secondo un recente sondaggio, infatti, il 53 per cento degli intervistati tra i 19 e i 29 anni sosterrebbe il candidato Moon Jae-in, mentre solo il 17 per cento degli over 60 sarebbe intenzionato a votarlo. Solo l’11 per cento dei coreani tra i 19 e 29 anni ha affermato di sostenere candidati presidenziali di partiti conservatori; rispetto al 20 per cento dei coreani con un’età al di sopra dei 60 anni.

Gli analisti coreani ritengono che sia proprio la paura di un futuro senza lavoro la grande motivazione che trascinerà milioni di giovani coreani alle urne il prossimo maggio. Pertanto la creazione di posti di lavoro è diventata una priorità assoluta nelle promesse della campagna elettorale. Moon in un recente dibattito televisivo ha promesso di creare 810.000 nuovi posti di lavoro nel solo settore pubblico (tra questi 175.000 posti di lavoro come funzionari pubblici), una manovra che peserà sui conti dello stato per 21 trilioni di won (circa 20 miliardi di dollari) spalmati nei prossimi cinque anni.

Le imminenti elezioni sudcoreane non si potevano svolgere in un momento più critico dal punto di vista degli equilibri geopolitici dell’area, viste le crescenti tensioni con il vicino nordcoreano che continua a effettuare lanci di missili balistici e mostra tutti i segni di voler condurre a termine quello che sarebbe il suo sesto test nucleare.

Dopo la portaerei statunitense Carl Vinson, il 26 aprile a Busan è arrivato anche il sommergibile nucleare Uss Michigan (ma armato di missili convenzionali), lo stesso giorno in cui si celebravano gli 85 anni della fondazione della Korean People’s Army, l’esercito nordcoreano, e a distanza di pochi giorni dal 105° anniversario della nascita del padre della patria Kim Il-sung, occasione per la quale la Corea del Nord ha mobiliato più di 100.000 persone, tra militari e civili. 

da Seoul Cristian Martini Grimaldi

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