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Verso la sera della Trasfigurazione

· Gli ultimi giorni di Paolo VI nei ricordi di uno dei medici che lo hanno assistito ·

Alle soglie dell’estate 1978, che si prospettava densa di eventi rischiosi, io ero preparato alle nuove fatiche e avevo rinunciato alla ferie estive, sfruttando la pazienza di mia moglie. Dal lontano settembre 1967 ero stato coinvolto nell’assistenza medica di Papa Paolo VI, a seguito di chiamata — improvvisa e mai nemmeno ipotizzata — del professor Mario Fontana, medico personale del Pontefice e mio diretto superiore nella sua duplice veste di primario dell’ospedale San Camillo, dove lavoravo, e di direttore dei Servizi sanitari vaticani, dove ero stato assunto part-time nel gennaio 1965 con la qualifica di “medico supplente”, incaricato di occasionali sostituzioni e guardie notturne.

Furono, quelli, giorni di grande impegno professionale e di forte passione spirituale, perché vedevo declinarsi dinanzi a me – a una distanza davvero ravvicinata e del tutto inusuale — una sintesi imprevedibile di gesti e di segni, che tratteggiavano il singolare profilo umano e cristiano di un grande Papa.

Venerdì 14 luglio, alle ore 18, accompagnato dal professor Fontana, Paolo VI si trasferì in elicottero a Castel Gandolfo. Da tempo lamentava astenia, facile esauribilità, difficoltà di concentrazione e una sete intensa, pur presentando in ordine i fondamentali parametri biologici. Dal medico personale fu prescritta una terapia iniettiva cosiddetta ricostituente, che nell’ultima settimana del mese fu eseguita da me.

Ma il Pontefice non trasse alcun giovamento dal cambiamento di clima e di ambiente.

Domenica 30 luglio ero presente all’ultimo Angelus di Papa Montini dal balcone interno del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo. Pur provato, Paolo VI era vivace e attento, e scese a piedi, senza aiuto, al piano sottostante a quello della sua abitazione, per affacciarsi a guidare la preghiera mariana. Una bella fotografia scattata da Arturo Mari documenta uno di questi ultimi incontri con i fedeli.

Martedì 1° agosto il Pontefice, sofferente per un attacco febbrile con 38,2 gradi di temperatura, si recò alle Frattocchie, località vicina alla sua residenza, per pregare sulla tomba del cardinale Giuseppe Pizzardo. Questi, nella sua veste di segretario della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, nel 1923 gli aveva comunicato la nomina pontificia ad assistente ecclesiastico della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci) di Roma e nel 1924 lo aveva inserito definitivamente nei ruoli della Segreteria di Stato. Infine nell’ottobre 1925 fu monsignor Pizzardo a comunicargli la nomina di Pio XI ad assistente ecclesiastico centrale della Fuci.

Questo pellegrinaggio di ricordi fu l’ultimo dei gesti compiuti da Paolo VI in quelle difficili settimane. Prima di partire da Roma per il soggiorno estivo, aveva voluto visitare alcuni cardinali infermi o molto anziani — tra i quali Alberto di Jorio — e, con specifica intenzione, il porporato che era stato un suo storico oppositore, il trasteverino Alfredo Ottaviani, antico suo superiore come sostituto della Segreteria di Stato nel problematico e non dimenticato 1933. Era stato l’anno delle dimissioni, imposte dai superiori, dall’ufficio di assistente centrale della Fuci, a seguito della campagna ostile scatenata dal cardinale vicario Marchetti Selvaggiani e da alcuni padri gesuiti per motivi politici, ecclesiali e persino liturgici.

Papa Montini voleva manifestare intatti sentimenti di gratitudine e di venerazione per i suoi antichi superiori e, nel contempo, confermare a se stesso di non portare sentimenti ostili verso chi lo aveva osteggiato anche dopo la sua elezione al Pontificato, con un cuore mondo da ogni residua amarezza e soltanto aperto al suo universale ministero di carità. Ormai il suo cuore di uomo e di cristiano batteva più in alto.

Mercoledì 2 agosto il vescovo di Roma tenne regolarmente l’udienza generale nel cortile del Palazzo di Castel Gandolfo e il 3 agosto ricevette l’onorevole Sandro Pertini, eletto presidente della Repubblica italiana il precedente 8 luglio. Questa udienza, che si protrasse per venticinque minuti, fu affrontata dal Papa, che aveva oltre 38 gradi di temperatura, con buono spirito ed energia. Pertini uscì piangendo e disse: di queste lacrime non ci si deve vergognare.

Da parte sua, il Papa commentò l’incontro, in cui presumibilmente aveva trattato argomenti importanti, chiedendo ai suoi intimi: «Sono stato bravo?». Era contento perché il presidente forse non si era accorto del suo stato di malattia ed egli aveva potuto rendere un ultimo servizio alla Chiesa e all’amata Italia.

La sera dello stesso giorno lo visitai: aveva la febbre alta. Mi feci coraggio ed eseguii un’osservazione clinica accurata e dettagliata. Diagnosticai un’infezione delle vie genitourinarie e prescrissi una terapia antibiotica per via iniettiva. La mattina seguente furono prelevati i campioni biologici per gli esami del caso. Come al solito, mio compito fu recapitarli in modo anonimo al laboratorio privato del professor Alessandrini a Roma, in viale Mazzini, perché il medico personale del Pontefice giustamente esigeva la massima segretezza. Tutti i risultati furono normali, inclusi l’esame delle urine e l’urinocoltura. Solo la creatinina, indice di sofferenza renale, era leggermente incrementata.

Nella notte tra venerdì 4 e sabato 5 agosto, verso le 2.30, il Papa chiamò il segretario monsignor Pasquale Macchi, suonando il campanello con un gesto assolutamente eccezionale e chiedendo aiuto. Pochi minuti dopo, il secondo segretario, padre John Magee, mi telefonava nella mia casa di Roma, dicendomi di correre a Castel Gandolfo. In effetti non esisteva una guardia medica vaticana in loco.

Il Santo Padre d’improvviso aveva avvertito una grave difficoltà respiratoria con fame d’aria, che lo aveva costretto a sedere sulla sponda del letto. La crisi broncospastica si esaurì nell’arco di circa trenta minuti con il solo ausilio di una bombola di ossigeno.

Io arrivai verso le 3.30 con la mia automobile e trovai l’episodio di insufficienza cardiaca acuta già migliorato, ma la pressione arteriosa si manteneva elevata (180/120) e all’ascoltazione del cuore si apprezzavano una spiccata tachicardia e un ritmo di galoppo, segno di grave compromissione cardiaca. Il quadro era di indubbia gravità. Praticai le cure del caso, che furono utili nel favorire il ritorno allo status precedente entro meno di sessanta minuti.

Le ore restanti della notte furono trascorse dal Papa con grande irrequietezza: cambiava ininterrottamente posizione nel letto, chiedeva acqua da bere, accusava dolorosa stranguria.

Al mattino la Sala stampa della Santa Sede annunciò la cancellazione dell’Angelus del giorno seguente, giustificandola con la ripresa dolorosa della nota artrosi del Papa. Non si osò dire la verità, contro il mio sommesso parere, per non scatenare i media già in agguato.

Nella giornata di sabato la febbre divenne più alta sino a sfiorare i 39 gradi, anche se il malato era soggettivamente meno sofferente. Nuovi esami di laboratorio consentirono di accertare un marcato peggioramento della funzione renale.

Alle 19 ebbe luogo un consulto del professor Fontana con il professor Fabio Prosperi, primario urologo del romano ospedale San Camillo, data l’assenza dall’Italia del professor Mario Arduini, insigne urologo, che nel passato aveva prestato la sua opera a Paolo VI. Prosperi confermò la mia diagnosi del 2 agosto e la relativa terapia.

Dal pomeriggio del 5 sino alla mattinata di domenica 6 agosto io rimasi accanto al Santo Padre o nell’Appartamento.

La sera del 5 agosto il Papa era febbrile e visibilmente sofferente, ma lucido e sereno. Verso le 20.30, si levò dal letto e, indossati la vestaglia bianca, l’anello e lo zucchetto, si recò nella stanza vicina, l’elegante sala da pranzo di Clemente XIV. Qui cenò a tavola con i suoi due segretari e con me, consumando una frugale refezione. Diede uno sguardo al televisore acceso e a uno spot pubblicitario di Tino Scotti, attore che abitualmente divertiva il Pontefice, secondo quanto allora disse don Macchi.

I due segretari cercavano di stimolare la conversazione e Paolo VI interloquì sobriamente, tra l’altro ricordando che non aveva mai ballato né era mai andato a cavallo.

Levandosi da tavola, si soffermò dinanzi a un grande quadro sito su una parete e raffigurante una cavalcata settecentesca di un Papa. A me ignaro di etichetta pontificia Paolo VI fece notare la piccola croce disegnata sulla “sacra pantofola” allo scopo di favorirne il bacio da parte dei fedeli e di evitare la discesa del vescovo di Roma dal cavallo.

Successivamente, in un salotto vicino, con un plaid sulle ginocchia nonostante l’elevata temperatura ambientale, recitò austeramente il rosario, dialogando la preghiera mariana con i segretari e con me.

Quindi si recò nella cappella attigua alla camera da letto. Seduto, recitò compieta in latino e, sia all’ingresso sia all’uscita, fece una lunga genuflessione senza alcun sostegno.

Prima di allontanarsi, sostò qualche minuto in silenzio genuflesso sull’inginocchiatoio. Alle 22 circa tornò a letto.

La febbre si manteneva molto elevata, tuttavia il Santo Padre, seduto sul letto, dedicò mezz’ora alla lettura e alla firma di documenti, che la Segreteria di Stato era solita inviare al Papa dopo cena.

Poi ascoltò la lettura, fatta da don Macchi, del capitolo sesto su Gesù Cristo del Mon petit catéchisme di Jean Guitton, suo grande amico. Infine pronunciò la nota frase, piena di dolorosa attesa: «Adesso viene la notte».

L’assistenza notturna fu ripartita tra don Macchi e me. Mi toccò il turno dalle ore 2.45 alle ore 8. Il Papa era molto agitato, riusciva a dormire solo per pochi minuti e allora si accasciava su un cuscino, chiedeva da bere, domandava ripetutamente che ora fosse. Non mancarono fasi di obnubilamento del sensorio.

Nella mattinata di domenica 6 agosto giunse il professor Fontana. Questi mi chiese di praticare una fleboclisi sulle vene sottili del Pontefice e io ebbi successo sotto lo sguardo assorto degli astanti. La situazione clinica si manteneva critica, ma alquanto stabilizzata.

Tornai a Roma per qualche ora per cambiarmi e per visitare mia suocera, che era reduce da una crisi stenocardica. Ma fui ben presto raggiunto da una telefonata del segretario, che mi chiedeva di tornare subito a Castel Gandolfo. Arrivai verso le 14. Ero digiuno. Mi fu offerta una coppa di gelato, inviato in dono al Papa da un bar del paese.

Le ore del pomeriggio furono contraddistinte dal crescente stato di sofferenza e irrequietezza del malato. La febbre e la pressione arteriosa si mantenevano su livelli molto elevati. Qualcuno ricordò che il 6 agosto 1964, nella luce della Trasfigurazione, Paolo VI aveva firmato la sua prima e programmatica enciclica Ecclesiam suam. Nel vespro domenicale il magistero e la missione di Papa Montini giungevano al loro terreno compimento.

Alle 17.50 don Macchi iniziò la celebrazione della messa della festa della Trasfigurazione nella cappella attigua, comunicante con la stanza da letto del Papa. Accanto all’infermo, padre Magee ripeteva o suggeriva le parole del celebrante. Credo sia stato il primo giorno della sua vita sacerdotale in cui Paolo VI non celebrò la messa o almeno uno dei pochissimi.

Era perfettamente cosciente e si associava con voce fioca e spezzata dalla dispnea. Durante la recita del Credo, ripeté due volte le parole apostolicam ecclesiam. Fu l’ultima, solenne e appassionata professione di fede del Papa del Concilio Vaticano II, che — il 30 giugno 1968, sul sagrato di San Pietro — aveva proclamato il Credo del popolo di Dio.

Verso le ore 18.15, all’inizio della consacrazione, il respiro del malato diventò estremamente affannoso in ragione del broncospasmo sopravvenuto. Paolo VI venne messo a sedere sulla sponda del letto e io auscoltai il torace, mentre si evidenziavano tutti i segni clinici dell’edema polmonare acuto. Consapevolmente decisi di invitare don Macchi a offrire l’Eucarestia senza indugi, dandogli la precedenza per pochi secondi rispetto agli urgenti atti medici.

Il Papa indossò la stola bianca e ricevette il santo viatico sotto le due specie, mentre io mi apprestavo a effettuare le prestazioni del caso. Il professor Fontana, frattanto rientrato da Roma, riuscì a effettuare, secondo i protocolli dell’epoca, un salasso efficace. Nel frangente don Macchi chiese al Papa se desiderasse l’unzione degli infermi. La risposta fu: «Subito, subito». Montini partecipava al rito offrendo le parti del corpo che dovevano essere segnate con l’olio santo e rispondeva alle preghiere in latino. Si è scritto poi erroneamente che il sacramento degli infermi era stato amministrato dal cardinale Jean Villot, in quel momento non presente.

Giunsero anche altri flaconi da salasso, ottenuti con difficoltà dall’ospedale Regina Apostolorum di Albano, previa autorizzazione di don Macchi.

Dopo le 19 si notò un leggero miglioramento, pur persistendo un’intensa cianosi dei letti ungueali e una ben visibile venostasi.

Il Papa pregava con voce flebile e spezzata e guidava la preghiera di chi lo circondava nella recita dell’Ave Maria, del Magnifcat, dell’ignaziano Anima Christi, di alcuni salmi e, soprattutto, del Pater noster, poi ripetuto a fior di labbra sino alla fine: Et factus in agonia, prolixius orabat (Luca, 22, 43).

Il Papa morente, ormai disancorato da ogni legame terreno e proteso verso la casa del Padre, offriva la sua testimonianza sacerdotale ed esemplare di una “buona morte”.

Verso le ore 20 la pressione arteriosa si manteneva elevata e la temperatura corporea era salita a 42 gradi.

Nell’ambiente c’era un caldo umido e opprimente: nei locali non esisteva l’impianto dell’aria condizionata. Più tardi si notò un accenno di saluto fatto dal morente con la mano sinistra. Frattanto nella stanza erano convenuti i familiari del Papa: i due segretari, l’aiutante di camera Franco Ghezzi, le quattro suore di Maria Bambina che vivevano nell’Appartamento pontificio. A essi si aggiunsero il cardinale Villot, segretario di Stato, monsignor Giuseppe Caprio, sostituto, Marco Montini, pronipote del Papa, e infine il gesuita padre Paolo Dezza, confessore del Papa. Questi giunse dopo che il malato aveva perso coscienza e disse: «Tutta la Compagnia di Gesù è vicina a Vostra Santità» e poi lo assolse in articulo mortis.

Infatti intorno alle 21 il papa era entrato serenamente in coma. Don Macchi ed io gli tenevamo la mano sinistra. Alle 21.40 di domenica 6 agosto, festa della Trasfigurazione, Paolo VIspirò.

Il professor Fontana e io constatammo il decesso. Pochi istanti dopo trillava la piccola sveglia, dono della mamma, che Montini portava sempre con sé dai tempi lontani del servizio di addetto presso la nunziatura di Varsavia, e che quella mattina era stata caricata maldestramente da don Macchi.

Io rapidamente procedetti all’esecuzione dell’elettrocardiotanatogramma, perché monsignor sostituto voleva trasmettere la notizia in Segreteria di Stato e al mondo entro il più breve tempo possibile.

Mio compito successivo fu quello di aiutare i segretari e Ghezzi nella lavanda e nella vestizione della salma, la cui pelle scottava come il fuoco a causa della febbre elevata presente all’atto della morte, dell’umidità e del calore ambientale.

Ricordo che sotto la veste bianca pontificale fu messo un gilet anch’esso bianco, che Paolo VI abitualmente indossava.

Alla fase finale di questo pietoso compito si unirono le suore della casa e il sopraggiunto monsignor Virgilio Noè, Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie. Ai piedi del defunto Papa fu messo, al posto dei mocassini abituali, un paio di scarpe rosse, le stesse che aveva indossato nel primo viaggio in Terra Santa e poi in tutti i viaggi apostolici sino a quello che, cadavere, lo avrebbe ricondotto a Roma: beati pedes evangelizantium pacem.

Fu rivestito da una casula color rosso, che a me subito ricordò il rosso porpora del frammento di tessuto regale che ricopriva le ossa rinvenute nella necropoli vaticana e da Paolo VI ritenute appartenere all’apostolo Pietro, come disse nell’udienza generale del 26 giugno 1968.

Al dito anulare destro fu posto l’anello del Concilio, tra le mani si notava una corona del rosario donatagli dai fucini in anni lontani, sui polsini spiccavano i gemelli con la scritta “pace” in giapponese, dono di don Macchi, sul cuore stava il piccolo e povero crocifisso in legno, che da sempre aveva il suo posto sul comodino della camera da letto.

Verso le ore 01 del 7 agosto toccò a me leggere il comunicato sulla morte, scritto dal professor Fontana, dal segretario e da me, attraverso una telefonata a un giovane monsignore della Segreteria di Stato. Dopo molti anni scoprii che questi era Leonardo Sandri.

In effetti, io avevo suggerito di pubblicare una nota che, al di là del certificato di morte, spiegasse l’evoluzione tumultuosa degli eventi clinici al fine di raccordare la tranquilla diagnosi di artrosi del sabato con il decesso.

I giornali ritennero che il testo fosse un bollettino ufficiale e inventarono una firma ufficiale mai apposta da Fontana e da me, benché entrambi fossimo soltanto citati. E infatti in tale forma fu registrato nelle pubblicazioni della Santa Sede.

Alle ore 1.45 della notte — era ormai lunedì 7 agosto — rifiutai la cena e andai a dormire in una stanza dell’Appartamento. Don Macchi rimase solo, per l’intera notte, accanto al Papa defunto, a pregare e a piangere.

Alcuni anni prima, Paolo VI, rimasto solo con me nella sua camera da letto, mi disse a sorpresa: «La ringrazio per la sua continua presenza... nello sfondo». Quel giorno le parole del Papa io le avevo ben presenti e serenamente rientrai “nello sfondo”.

di Renato Buzzonetti

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23 agosto 2019

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