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Verso la riconciliazione

· ​Dopo l’incontro di Asmara tra premier etiope e il presidente eritreo ·

L’avvenimento era impensabile solo pochi mesi fa: l’abbraccio tra il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, e il presidente eritreo, Isaias Afwerki, avvenuto l’8 luglio all’aeroporto di Asmara, dopo vent’anni di ostilità tra due paesi che avevano rotto le relazioni diplomatiche. «Un momento veramente storico, un abbraccio fraterno tra i due leader, la compagnia aerea di bandiera etiope che atterra ad Asmara dopo più di due decadi, gli abitanti di Asmara uniti a dare il benvenuto alla delegazione», si è così rallegrato su Twitter il ministro eritreo dell’informazione, Yemane Meskel.

La visita di Ahmed ad Asmara segue l’invio, due settimane fa, di una delegazione eritrea ad Addis Abeba, in risposta all’invito di riconciliazione giunto dal nuovo premier etiope e ritenuto da Afwerki «un segnale positivo». Una «buona notizia», come aveva già tenuto a segnalare Papa Francesco durante l’Angelus del 1° luglio, auspicando che «tale incontro potesse accendere una luce di speranza per questi due paesi del Corno d’Africa e per l’intero continente africano».

Da quando ha preso le redini dell’Etiopia il 2 aprile, infatti, Ahmed, di etnia oromo e membro del partito del Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiope, si è impegnato nella ricerca della pace all’estero e all’interno di questo paese di 104 milioni di abitanti, il secondo più popoloso in Africa, dove le tensioni sono latenti. Il premier etiope ha lanciato rapidamente un importante ciclo di riforme nel settore pubblico e privato, ha liberato gli oppositori, ha garantito la libera espressione dei media.

Eppure, fino a questi ultimi mesi la situazione era ancora incerta, tesa, opaca. Da due anni sembrava che l’Etiopia corresse verso il disastro, una serie di movimenti di protesta regionalisti minacciava di sconvolgere il paese. «Nel 2015, alcune frange della popolazione hanno iniziato a contestare apertamente quello che veniva considerato da loro come una ripartizione ineguale delle ricchezze fondiarie», spiega all’Osservatore Romano Eloi Ficquet, ricercatore all’École des hautes études en sciences sociales (Ehess) a Parigi e specialista della regione. Nel 2016, prosegue, «le tensioni sono ancora cresciute nel seno della popolazione, perché l’etnia oromo si sentiva marginalizzata da un punto di vista politico quando invece rappresentava la maggioranza demografica». Anche i giovani si sono associati a questi movimenti di contestazione e il regime di Haile Mariam Desalegn ha provato difficoltà sempre più crescenti per venire incontro alle aspettative del popolo etiope, in un contesto economico certamente difficile anche se in sviluppo e con tensioni regionali molto forti.

Designato premier dopo lunghe trattative e arbitrati interni alla coalizione al potere, in seguito alle dimissioni del suo predecessore Desalegn, Ahmed sorprende sia l’opinione pubblica che gli osservatori per il ritmo e l’ampiezza delle riforme annunciate. Il tutto accompagnato da una azione diplomatica su tutti i fronti. Il premier etiope vuole assicurarsi la pace al di fuori del paese e propone la riconciliazione ai due vicini più minacciosi. All’Eritrea, con cui la tensione perdurava da 20 anni, propone di applicare l’accordo firmato nel 2000; una proposta rischiosa in quanto scombussola gli interessi e le abitudini. All’Egitto, considerato “nemico ereditario”, Ahmed propone la spartizione delle acque del Nilo. Il primo ministro si riavvicina anche all’Arabia Saudita, con una visita a Riad, dopo contatti in corso da alcuni mesi. «Abiy Ahmed tratta con i paesi vicini, incontra i leader dei paesi arabi: si vedrà se è una svolta o meno, in ogni caso si tratta di un primo passo importante», commenta Ficquet, appena tornato da Addis Abeba.

Per la prima volta, quindi, un premier si dichiara pronto a riconoscere la delimitazione del confine con l’Eritrea come è stata prevista dall’accordo di Algeri nel 2000, sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’accordo di pace aveva messo fine alla guerra iniziata due anni prima tra l’Etiopia e l’Eritrea, che aveva fatto 80.000 morti. Uno dei motivi del conflitto riguardava proprio il tracciato della frontiera tra i due paesi. Nel 2002, la commissione per la delimitazione dei confini terminava la sua indagine e il suo arbitrato, assegnando i contesi territori di Badme all’Eritrea. Tuttavia, questa risoluzione era respinta dal governo etiope, che non ritirava il suo esercito dalla città. «A livello politico, fino a oggi la coalizione al potere era divisa principalmente perché i suoi membri erano quasi tutti originari del nord dell’Etiopia, vicino alla frontiera con l’Eritrea — ricorda lo studioso — il nuovo premier oromo non proviene da questa regione, per questo si può parlare di una forma di superamento delle tensioni interne».

Abiy Ahmed ha quindi infranto il tabù Badme, piccola città al confine dei due paesi dove la guerra era iniziata nel maggio 1998. Il comitato esecutivo del suo partito ha annunciato il 5 maggio la decisione di «applicare l’accordo di Algeri e le conclusioni della commissione per la delimitazione dei confini», aggiungendo: «lavoriamo su questo punto senza esitazioni». Una decisione che si poteva già intravedere nel discorso inaugurale del premier, nel corso del quale aveva osato rompere con il passato. «Con il governo dell’Eritrea — diceva Ahmed — noi desideriamo, nel più profondo dei nostri cuori, che finisca il disaccordo tra i due paesi durato troppi anni». Il premier parlava di una guerra che conosce bene: a vent’anni era già sul fronte come agente per i servizi segreti, e aveva imparato l’idioma della regione del Tigrè.

«Il fatto di uscire da questa situazione di paralisi trova un’eco piuttosto positiva in una gran parte degli abitanti di Addis Abeba, probabilmente c’è invece qualche reticenza nei territori direttamente interessati — analizza Ficquet — comunque Ahmed gode di un sostegno popolare molto forte, è passato del tempo, è anche una questione di nuove generazioni».

In Eritrea, prosegue il ricercatore, «un paese da molto tempo isolato, immagino che questa svolta importante era attesa, gli abitanti soffrivano di questo isolamento, dunque la prospettiva di risolvere un conflitto che dura da una generazione è senza dubbio percepita positivamente». Tuttavia ci possono essere alcune preoccupazioni e reticenze, ad esempio se l’Etiopia, paese importante da un punto di vista demografico e economico, penetra troppo brutalmente sul mercato eritreo. In ogni caso, conclude Ficquet, «la riapertura delle frontiere non può che dare un po’ di ossigeno a questa regione».

di Charles de Pechpeyrou

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