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Verso la lunga notte

· L’antico rito delle ceneri ·

«Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris». Con questa formula di annunciamento, tratta da Genesi 3,19 il celebrante del rito del mercoledì delle ceneri, che caratterizza il primo giorno della quaresima, impone sul capo o sulla fronte dei fedeli un pizzico di cenere, ricavata dai rami d’ulivo benedetti durante la domenica delle palme, come per chiudere un suggestivo ciclo liturgico e per spronare il popolo di Dio a vivere il tempo penitenziale della quaresima, il momento di attesa, di digiuno, di astinenza dalle carni, da cui derivano la locuzione carnevale (carnem levare) e martedì grasso, ultimo giorno del carnevale, vigilia del mercoledì delle ceneri, in cui si può mangiare di grasso. 

L’interno della basilica di Santa Sabina a Roma (v secolo)

Il rito delle ceneri comporta una liturgia pontificia, probabilmente molto antica, risalente forse al VI secolo, all’epoca di Papa Gregorio Magno (590-604). Con il trascorrere del tempo, a cominciare dal pieno medioevo e, almeno dal XIII secolo, la sobria e severa cerimonia divenne sempre più suggestiva, tanto che venne abbandonata l’usanza di pronunciare anche la formula forte e bruciante del Memento homo, introducendo un rito di assoluto silenzio (nihil dicendo).
La celebrazione — come si diceva — rivestiva un solenne aspetto penitenziale, tanto che il Pontefice si muoveva in una silenziosa processione dalla basilica di Sant’Anastasia, a piedi scalzi, sino alla prima stazione quaresimale, nella basilica dell’Aventino di Santa Sabina, dove veniva pronunciata l’omelia del mercoledì delle ceneri.
In tempi più recenti, ovvero nel 1962, sotto il pontificato di Giovanni XXIII, la processione pontificia prese avvio dalla chiesa benedettina di Sant’Anselmo per giungere sempre nella basilica di Santa Sabina, dove, ancora ai nostri giorni, si consuma il rito delle ceneri. La basilica paleocristiana di Santa Sabina, d’altra parte, rappresenta uno degli edifici di culto più antichi e meglio conservati dell’Urbe. Eretta da Papa Celestino I (422-432) in un nobile quartiere residenziale dell’Aventino, il monumento suggerisce l’idea più affidabile e completa delle chiese titolari romane.
Nella controfacciata si conserva ancora una straordinaria e megalografica iscrizione musiva, dove si fa menzione del ricco finanziatore dell’edificio Pietro, originario della Dalmazia o dell’Illiria.
Forse il testo di questa solenne iscrizione in tessere auree su un fondo blu oltremarino fu dettato dal successore di Papa Celestino, ovvero da Sisto iii (432-440), che, negli stessi anni e dopo il concilio di Efeso, promosse la costruzione della basilica di Santa Maria Maggiore sull’Esquilino. La luminosa basilica dell’Aventino presenta una canonica pianta longitudinale, cadenzata, nella navata centrale, da ventiquattro splendide colonne di marmo proconnesio.
Tutto l’impianto rispetta la redazione architettonica del V secolo, a cui vanno riferite le finestre e le sontuose tarsie marmoree, che si snodano sopra le arcate del colonnato. Allo stesso periodo dobbiamo riferire anche il ricco portale ligneo, decorato con una complessa serie di ventotto tavolette istoriate con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. La celebrazione del rito delle ceneri si svolge al centro dell’area presbiteriale, entro la recinzione della schola cantorum allestita con le lastre riferibili a Papa Eugenio ii (824-827).
Con questa solenne e suggestiva celebrazione prende avvio un lungo percorso penitenziale, che accompagna i fedeli romani verso la grande solennità della Pasqua e, segnatamente, verso i riti della lunga notte del Sabato Santo, che si svolgeva, dai tempi di Costantino, nel Battistero lateranense. Si tratta di un rito di preparazione dei catecumeni che si apprestavano a ricevere il battesimo.
Il rito, caratterizzato dal digiuno, praticato specialmente nei giorni di mercoledì e di venerdì, si articolò secondo una cadenza stazionale, che vuole metaforicamente alludere al gergo militare, nel senso che i fedeli “montano la guardia” durante le funzioni, che si svolgevano nelle diverse chiese romane. All’usanza sembra fare riferimento già Tertulliano nel III secolo, ma è Papa Leone Magno (440-461) che, nei suoi sermoni, allude a questa ritualità stazionale, mentre sotto il pontificato di Gregorio Magno, la pratica conobbe un grande sviluppo.
Durante questo rito, i fedeli si radunavano per attendere il pontefice con il suo seguito, per la recita della collecta, dopo di che si snodava la processione al canto delle litanie e si celebrava l’eucarestia. Al termine del rito veniva annunciata la stazione successiva.
Ancora oggi le stazioni quaresimali toccano le principali chiese della città e sono curate dalla Pontificia Accademia Cultorum Martyrum, di intesa con il Vicariato e i parroci degli edifici di culto interessati. Dopo la solenne celebrazione di Santa Sabina, le stazioni toccano la chiesa di San Giorgio al Velabro, e tante altre, fino ad arrivare ancora a San Giovanni in Laterano e San Pancrazio.

di Fabrizio Bisconti

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26 aprile 2019

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