Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Andiamo
verso il mare aperto

· Il 23 marzo 1966 l’incontro tra Paolo VI e il primate anglicano nella cappella Sistina ·

L’arcivescovo di Canterbury, dottor Ramsey, è stato ricevuto da Paolo VI, non a titolo personale come il suo predecessore, il dottor Fisher, ma come capo di Chiesa, nella sua duplice qualità di primate di tutta l’Inghilterra e di capo spirituale della Comunione anglicana. Dato che quest’ultimo titolo, che possiede in qualità di presidente della Conferenza di Lambeth, è un titolo onorifico, l’arcivescovo ha voluto consultare tutti gli arcivescovi metropolitani della Comunione anglicana sull’opportunità della sua visita. Tutti hanno dato il loro assenso. L’arcivescovo di Canterbury viene a Roma come rappresentante di cinquanta milioni di anglicani, ripartiti in diciannove province.

Il primate anglicano impone a Paolo VI un’artistica croce pettorale d’oro

Qualcuno ricordava l’incontro di Paolo VI col patriarca Athenagoras, a Gerusalemme, nel salotto di una vecchia casa di campagna, tra gli ulivi. Ora lo scenario era diverso. Là Betania, qui il Vaticano. La veste bianca operava la congiunzione. Ma adesso era coperta da una stola rossa e oro.
Il dottor Ramsey vestiva una cappa viola e porpora; portava il berretto di velluto scuro che designa il teologo riformato e mette una nota laica e grave nei quadri del Rinascimento. Sopra i due, l’affresco del Giudizio universale.
Qualcuno ha detto che Michelangelo era un luterano, che il suo Cristo cupo, vendicatore di crimini, era una lezione che lo spirito della Riforma dava ai Vaticano del Rinascimento. È anche possibile che questa idea abbia sfiorato la mente del Taciturno, abitata da tante collere e da tante forme.
E forse la tristezza, la dismisura sempre ricorrenti in Michelangelo gli derivavano dalla coscienza dolorosa e profonda di non essere un santo?
Contemplo una volta ancora questi corpi enormi che si sfasciano in una luce sulfurea e bluastra, come nell’ultimo giorno del mondo; mi sembra che dopo Hiroshima non si può guardare questo affresco come prima. Nel Giudizio c’è uno splendore triste, una strana commistione di gravità e di compassione, e molti contrasti: Michelangelo teneva a precisare che era nato sotto il segno del Capricorno. Sentiva più che ogni artista la dolcezza, la durezza, la difficoltà di essere: compassionevole e crudele, sospettoso e fiducioso, conservatore e uomo in rivolta, abituato ai palazzi e amico dei poveri, pieno di angoscia ma anche di certezze. Il Giudizio universale e la sua anima totalmente proiettata su un muro, da una mano creatrice che non ha mai ammesso l’esitazione.
Non so se un uomo si sia spinto più avanti in questa terza dimensione della profondità e del volume; le statue di Michelangelo, più delle greche che gli servivano da richiamo e da modello, occupano completamente lo spazio. Ho letto che Michelangelo ammirava il tronco più del viso, in quanto il tronco, luogo delle torsioni, del movimento e dell’equilibrio, è il marchio del creatore sull’opera. Nella pittura, arte immobile, Michelangelo ha portato il movimento. Nell’architettura, che nascondeva il cielo allo sguardo, come la grotta o la caverna, ha fatto entrare la luce del sole. Ma senza apparente stanchezza, come un angelo impetuoso, pressato, pietoso. un po’ bisbetico e sostanzialmente tenero. Il tema della Pietà, che lo ha perseguitato tutta la vita, è sintomatico del bisogno inespresso di amore di questo spirito taciturno.
Quante volte durante il Concilio sono andato a vederla, la sua prima Pietà dei 25 anni, che sembra riassumere le esperienze di una vita, mentre è soltanto una promessa! Non mi stancavo di guardarla. Ogni volta ne coglievo un dato fino allora segreto: è il privilegio delle grandi opere d’arte, di non finire mai di rivelarsi, quali una Scrittura muta. Un giorno ho osservato che la bellezza del Cristo veniva dalla sua morbidezza; sulle ginocchia della Madre, Gesù riposa un sonno divino che si risveglierà nella vita. È un corpo rotto ma non corrotto, un corpo sottoposto a una torsione leggera. E la Vergine come è leggera anche nel suo marmo, e malgrado le pieghe della veste! Un altro giorno mi sembrava che la testa della Vergine fosse troppo piccola rispetto al volume del corpo. Regge il corpo di Gesù solo con una mano. Non sembra molto addolorata! La Pietà è un annuncio di Pasqua: la Resurrezione è già presente.
Il Cristo appena morto, che la Vergine tiene come una lunga ostia, sembra pronto a saltarle via dalle braccia.
Michelangelo dialogava con tutti ma per sublimare tutto in un unico dialogo: quello dell’arte e della preghiera; quando si è soli con Dio. Come tutti i geni Michelangelo è ecumenico, ma forse più di Goethe e di Shakespeare, in quanto ricompone tutto nello splendore dell’Incarnazione. È l'Incarnazione che gli è stata ispirazione, modello, speranza, disperazione d’artista, limite.
Ed è perché egli ha voluto raggiungere, esprimere, tradurre con la materia terrestre e nella forma umana il mistero inaccessibile, che la sua arte, pur perfetta, pur così sicura di sé, è per così dire esplosa; e nella figura perfetta conserva la dismisura; e porta sempre la divina cicatrice del non compiuto; lo scacco sublime e la ferita che scalfisce la Bellezza, dacché Dio si è fatto uomo senza bellezza, senza volto.
Quante volte avevo sentito lord Halifax dire (riassumendo tutte le sue speranze): «Il primo obiettivo è che i capi delle nostre due Chiese si incontrino, soli nella nube, oltre ogni consuetudine, oltre ogni convenzione; che discutano dall’alto i problemi dogmatici e soprattutto pratici di un’unione tanto auspicata ».

di Jean Guitton

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

14 dicembre 2018

NOTIZIE CORRELATE