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Verità e coscienza

· Il "Padre Nostro" di Simone Veil ·

È uscita recentemente, presso l’editore Castelvecchi, una nuova edizione del breve, ma densissimo commento al Padre Nostro di Simone Weil (Roma, Castelvecchi, 2015, pagine 40, euro 7,50) nella traduzione e per la cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito, da tempo attenti studiosi dell’opera weiliana. Il Pater fa parte della raccolta di scritti pubblicata da padre Joseph-Marie Perrin nel 1950 con il titolo Attesa di Dio, più volte uscita anche in italiano.

Carl Heinrich Bloch«Discorso della montagna» (1890)

Ebrea di origine, presa in Cristo, ma per vocazione rimasta sulla soglia della Chiesa, nella sua Autobiografia spirituale Weil confida di avere imparato a memoria il Pater in lingua greca e di essersi imposta di «recitarlo una volta ogni mattina». Questa preghiera, recitata nella massima attenzione, assume per lei, che non poteva ricevere i sacramenti, valore sacramentale.

Weil, straordinaria ed estrema figura, la cui esperienza mistica è universalmente riconosciuta, conduce la sua riflessione su un piano prettamente spirituale. Emerge immediatamente il tema della trascendenza. Afferma: «Il Padre che è nei cieli. Non altrove», per sottolineare che «se crediamo di avere un Padre quaggiù, non è lui, è un falso Dio». Non possiamo farci un Dio a nostra immagine, secondo parametri umani. «Verso di lui possiamo solo dirigere il nostro sguardo». Non si può guardare a lui come a un oggetto, ma solo «mutare la direzione dello sguardo. Sarà lui a cercarci».

L’irruzione di Dio nell’anima costituisce l’imprevisto che totalmente sorprende. È questo contatto che provoca lo spostamento e che fa percepire come in realtà proprio il «trascendente» sia «la nostra patria». Il movimento è reciproco: più l’anima tende all’eterno, più Dio discende nel tempo. I due piani non devono essere confusi, eppure la distanza che separa può essere colmata: «A volte durante questa recitazione o in altri momenti, il Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente reale, più toccante, più nitida, più colma d’amore di quella prima volta in cui il Cristo mi ha presa».

Non bisogna cercare di adattare Dio a categorie umane, bensì lasciarsi prendere. «Solo Dio ha il potere di nominare se stesso». Il suo nome è il Verbo. Il Verbo è il mediatore attraverso cui «lo spirito umano può cogliere qualcosa di lui». Dio rimane trascendente, ma attraverso il Verbo, si rende visibile all’anima nella bellezza, nell’ordine del mondo. Questo nome è la santità stessa e «non ha bisogno di essere santificato».

Chiedere però che sia santificato è la «richiesta perfetta», è chiedere che ciò che è, possa essere. Non solo nell’eterno, ma anche nel tempo, all’interno del contesto umano. La distanza che «inchioda» al tempo è il desiderio egoico. Solo se lo incanaliamo dentro questa richiesta perfetta può trasformarsi in una «leva» capace di strapparci «dalla prigione dell’io».

Affiora il tema della «decreazione», dell’annientamento dell’io, della morte a se stessi. Quando l’anima nuda non chiede più nulla, ma solo eleva il suo grido, lo Spirito Santo la ricolma pienamente. Allora è vicino il «regno che deve venire». Il tema della volontà si interseca con quello della necessità.

Tutto è conforme alla volontà di Dio, ma Weil osserva che chiedere «sia fatta la tua volontà» non riguarda la realtà eterna, bensì quanto avviene nel tempo. Esprime l’aspirazione a rendere conforme «ciò che avviene nel tempo alla volontà divina». Dopo che l’anima si è denudata e ha imparato a rivolgere il suo desiderio verso l’eterno, può rivolgerlo di nuovo verso il tempo. «Allora il nostro desiderio squarcia il tempo per trovarvi dentro l’eternità». Solo così, quanto appartiene al tempo, comincia a uniformarsi all’ordine divino. 

di Antonella Lumini

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24 aprile 2019

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