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Vera ragione di vita nell’orrore

«Ci incontrammo nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück. Milena era venuta a conoscenza delle mie tribolazioni da una donna tedesca che era arrivata al campo viaggiando nel suo stesso convoglio. (...) Mi venne incontro durante la passeggiata delle “nuove arrivate”, lungo la stretta via tra il retro delle baracche e l’alto muro del campo sormontato da un filo spinato ad alta tensione, il muro che ci divideva dalla libertà. Per presentarsi disse: “Milena di Praga”». Cominciava così, in un campo di concentramento, l’amicizia tra due donne eccezionali, Margarete Buber-Neumann e Milena Jesenska, un’amicizia destinata a durare, nel campo, fino alla morte di Milena, nel 1944. Margarete Buber-Neumann (Grete) sarebbe invece sopravvissuta e per ricordarla avrebbe scritto una biografia dell’amica, uscita nel 1977. Perché Milena Jesenska era colei a cui Kafka aveva dedicato le lettere a Milena. E Milena aveva, in morte di Kafka, scritto un ricordo bellissimo di lui.

Milena Jesenska e Margarete Buber-Neumann in un fotomontaggio sulle fotografie delle donne internate a Ravensbrück

Era, Milena, una giornalista e scrittrice praghese, nata nel 1896. Quando morì a Ravensbrück aveva quarantasette anni. Margarete era di tre anni più giovane, era un’ebrea tedesca, comunista. Aveva sposato il figlio di Martin Buber (di qui il cognome Buber) da cui aveva avuto due figlie e da cui aveva divorziato nel 1929. Margarete era in questa fase della sua vita una comunista di ferro, anche le ragioni del suo distacco da Buber erano nell’allontanamento di lui dal partito comunista, e in nome della sua ideologia aveva perso le figlie, che erano state affidate alla suocera e che nel 1938 erano emigrate in Palestina.

Dopo il divorzio da Buber, Margarete aveva sposato un politico comunista, Heinz Neumann. Nel 1933 fuggirono in Spagna, poi in Svizzera, e infine in Unione Sovietica. Vivevano a Mosca nell’Hotel Lux, il luogo dove vivevano i comunisti stranieri. Qui nel 1937, nel clima ormai delle grandi purghe, Neumann fu arrestato dalla polizia e fucilato. L’anno successivo anche Margarete fu arrestata e condannata a cinque anni di gulag. Fu inviata in Kazakhstan, nel campo di Karaganda. Due anni dopo l’Unione sovietica, ormai stretta alla Germania dal patto Ribbentrop-Molotov, consegnò ai nazisti tutti i tedeschi rifugiati, ebrei o comunisti che fossero. «Ci fermammo tenendo lo sguardo puntato sulla sponda opposta del ponte ferroviario che delimitava la frontiera tra la zona polacca occupata dai tedeschi e quella presidiata dai russi. Dall’altra parte un militare stava dirigendosi a passi lenti verso di noi. Quando si fece più vicino riconobbi il berretto delle ss» racconta Margarete Buber-Neumann. Fu così che sul ponte di Brest Litovsk fu consegnata ai nazisti che la spedirono a Ravensbrück, campo femminile aperto nel 1939.

Milena Jesenska era una delle figure più note dell’intelligentzia praghese, una sorta di folletto pieno di vita, corteggiata e amata da molti, non solo da Kafka, con cui ebbe una storia infelice e appassionata. Entrò anche lei, come tanti altri intellettuali, nel Partito comunista, ma se ne distaccò presto e ne fu espulsa nel 1936. Fu una giornalista di successo, scriveva per la più prestigiosa rivista di politica e cultura, «Pritomnost». I suoi articoli del 1938-1939 ci offrono uno sguardo lucido sulle vicende della Cecoslovacchia, sul tradimento delle democrazie a Monaco, sull’invasione. Aveva una figlia, Jana Honza. Con l’invasione, Milena si buttò nella resistenza. Ma fu arrestata nel novembre 1939. Un anno dopo fu inviata a Ravensbrück, dove entrò quindi come prigioniera politica. Ci sarebbe rimasta quattro anni, fino alla morte.

Ed è quindi nel lager di Ravensbrück che queste due donne si incontrarono. Era un campo di concentramento per sole donne in funzione dal 1939 al 1945 a un centinaio di chilometri a nord di Berlino, che inizialmente conteneva duemila donne, tutte prigioniere politiche tedesche e austriache, ma arrivò alla fine a contenerne oltre quarantacinquemila. Tranne che in alcuni momenti, in particolare nel periodo finale, le detenute erano in prevalenza politiche, asociali, zingare, donne accusate di avere avuto rapporti con ebrei inquinando la razza. Le ebree non superavano il 10 per cento. Il numero delle donne che vi perirono oscilla, a seconda degli storici, tra trenta e novantamila. Il numero delle donne che vi furono detenute complessivamente supera centomila. A partire dall’autunno 1944, quando le camere a gas di Auschwitz smisero di funzionare, il campo fu dotato di una, forse due, camere a gas e funzionò come campo di sterminio. Ravensbrück fu liberato dall’Armata rossa il 30 aprile 1945.

Il campo di Ravensbrück in una illustrazione di Olena Wityk Wojtowycz (1988)

Come capoblocco della baracca delle Testimoni di Geova, Grete portava al braccio una fascia verde che le consentiva una certa libertà di movimento. Milena, arrivata da poco e posta nel blocco delle nuove arrivate poteva fare una breve passeggiata al giorno, ed è grazie a questa circostanza che le due prigioniere cominciarono a vedersi ogni giorno, lungo la via stretta che divideva le baracche delle nuove arrivate dal muro del campo, alto e percorso dall’alta tensione, una via che Milena aveva soprannominato «il muro del pianto». Milena interrogò a lungo Grete sulla sua storia nella Russia di Stalin, sui suoi rapporti con il comunismo. Era una storia che la interessava molto come giornalista, ma anche personalmente perché anche lei, come Grete, era passata attraverso l’ideologia comunista e veniva ora boicottata dalle detenute politiche comuniste e considerata una traditrice. È questa, del permanere degli odi e delle scomuniche anche nei campi di concentramento, nelle prigioni, al confino, una storia tragica che riguarda tutto l’universo comunista dell’epoca, nei tempi tremendi delle purghe di Stalin e dell’accordo tra Unione Sovietica e Germania, ma anche dopo. Non dimentichiamo che Stalin fece deportare nel gulag la maggior parte dei soldati e degli ufficiali dell’Armata rossa sopravvissuti ai lager perché “sospetti” di tradimento.

Da questi lunghi discorsi dell’inizio della loro amicizia nasce un progetto, quello di scrivere un libro insieme una volta liberate dal lager, un libro sulle due esperienze di concentramento, il gulag e il lager. Lo avrebbero chiamato «L’era dei campi di concentramento». Doveva passare mezzo secolo perché questa prospettiva, da loro divinata, divenisse possibile. Inizia così la loro amicizia, destinata a durare fino alla morte di Milena, e divenuta per le due detenute una vera e propria ragione di vita nell’orrore del campo. «Quando eravamo insieme — scrive Grete — Milena e io riuscivamo a tollerare l’insopportabile presente. Ma per la sua forza e la sua esclusività, la nostra amicizia diventò molto di più, si trasformò in aperta protesta contro l’avvilimento. Le ss potevano vietarci qualsiasi cosa, degradarci a numeri, minacciarci di morte, ridurci in schiavitù, ma nei sentimenti che provavamo l’una per l’altra Milena ed io eravamo libere, intoccabili».

Approfittando della posizione di maggior libertà di Grete, le due donne si incontrano quasi ogni giorno, si parlano, si raccontano. Grete aiuta Milena tutta protesa a sostenere il più possibile le più deboli, le più bisognose, un tratto questo molto forte del suo carattere che non l’abbandonò neanche nel lager. La loro amicizia diventa sempre più stretta, mentre intorno a loro il campo diventa sempre più duro, con l’aumento enorme delle detenute, gli esperimenti medici, e infine, a partire dal 1944, la costruzione di una camera a gas. Le amicizie femminili erano nel campo importantissime, ci racconta Grete. Fra le politiche, i rapporti d’amicizia, per quanto intensi, restavano generalmente sul piano platonico, fra le asociali e le criminali assumevano un carattere lesbico, represso con violenza dalle ss.

Anche nel campo, dove era una delle cose più vietate, Milena scriveva: poesie, lettere a Grete, che poi doveva con suo grande dolore distruggere per evitare che fossero scoperte. Milena scriveva facilmente, scrisse anche una paginetta di introduzione al libro che progettavano di scrivere insieme. Niente è sopravvissuto di quanto ha scritto a Ravensbrück. Nell’inverno del 1943-1944 Milena si ammalò gravemente. Grete riusciva a vederla per pochi minuti ogni giorno, di nascosto, e portarle a volte qualcosa da mangiare. Morì il 17 maggio 1944 e non fece quindi in tempo a vedere la trasformazione, nell’autunno del 1944, del campo in un campo di sterminio, con la costruzione della camera a gas dove, come malata, sarebbe certamente finita.

Grete sopravvisse e nel 1949 raccontò la sua detenzione nel gulag testimoniando a favore di Viktor Kravenko nel processo che a Parigi oppose lo scrittore russo, autore del libro Ho scelto la libertà, alla rivista comunista «Les lettres françaises». Molti anni dopo, scrisse il libro su Milena, uno straordinario omaggio all’amica perduta. Morì nel 1989, nell’anno della caduta del muro di Berlino.

di Anna Foa

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