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Vento di Buenos Aires

· ​Racconti e fotografie di Andrea Attardi ·

Dentro la fotografia convivono la storia dell’arte e la storia contemporanea, con le sue grandezze e le sue tragiche bassezze; si dipanano la letteratura e l’antropologia culturale, nonché l’alchimia della chimica e la digitalizzazione della luce. Di primo acchito si potrebbe pensare a una sorta di caos cosmico: al contrario, si tratta di un perfetto gioco di incastri, che sfugge a una spiegazione freddamente razionale. È in questo caleidoscopio che Andrea Attardi, scrittore e fotografo, docente ordinario di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, inserisce il libro — presentato mercoledì 27 — Vento di Buenos Aires (Roma, Postcart, 2019, pagine 120, euro 30) che contiene cinque racconti brevi e cinquantaquattro fotografie, con il progetto grafico curato da Claudio Corrivetti. 

Ed è in virtù di questo caleidoscopio, di questo scenario attraversato da dinamiche sotterranee e complesse, che sia i racconti che le fotografie si sottraggono alla dimensione cronachistica e rigettano la supina cifra didascalica: così facendo, ogni racconto, percorso da una vena autobiografica, diventa espressione di uno stato d’animo, e si configura come una fotografia sul mondo. E nel segno di una fruttuosa circolarità, ogni fotografia, lungi dal voler apparire come l’istantanea di un momento preciso e cristallizzato, si sublima come atto che immortala situazioni sciolte da riferimenti nozionistici, attingendo in questo modo le caratteristiche di un racconto senza tempo.
Il principale e ragguardevole merito del libro consiste proprio nel fatto che Buenos Aires — dove Andrea Attardi si è recato numerose volte — risulta viva e concreta, si potrebbe dire addirittura in rilievo, nonostante il registro narrativo rifugga da un’impostazione sia da reporter che da fotoreporter. L’idea del libro è nata dopo che Attardi ha conosciuto alcune persone scampate alla morte durante la dittatura (1976-1983). I loro racconti hanno fatto riflettere l’autore, tanto che l’eco delle loro drammatiche vicende aleggia sempre, sia nelle foto che nei racconti. Ne emerge una Buenos Aires quale città «unica e incredibile», per la sua eccezionale storia.
«Cos’è Buenos Aires — scrive Attardi — se non la grande madre del Sud del nostro mondo? A poco a poco, come una carezza per l’anima, vi si può scoprire un intimo piacere: quello di essere costantemente accolti da qualcuno. Un atto magico quasi scomparso dalle nostre parti, offerto in sacrificio sull’altare di un tempo che va dedicato solo per la produttività personale».
Per Attardi la gente, le facce, gli occhi e i muri parlano di un secolo, il Novecento, «duro a morire»: un secolo che l’autore definisce di «sottomissione coatta, di lavoro sfruttato e di diritti calpestati, di silenzi imposti, di delitti e di malversazioni senza scrupoli». Un passato sul quale non si può e non si deve ricamare: nel viaggio di ritorno in Italia, l’io narrante si trova in aereo accanto a un italiano che scatena «un diluvio di parole» sull’Argentina (la carne, la pampa, la Patagonia, il calcio, il tango). Allora l’io narrante smette ogni forma di cortesia per evitare che il compagno di viaggio si senta ancor più incoraggiato a banalizzare quelle «cose serissime» riducendole, nel segno di «un pettegolezzo un po’ volgare», ad aforismi goliardici, «cioè in tutto quello — sottolinea, con partecipato affetto, Andrea Attardi — che Buenos Aires non è».

di Gabriele Nicolò

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20 ottobre 2019

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