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Venti di guerra  sulla penisola coreana

· L'affondamento della corvetta rappresenta per Seoul una violazione dell'armistizio ·

La Corea del Nord ha rinnovato oggi la richiesta che suoi esperti possano recarsi nella Corea del Sud per esaminare le prove che un suo siluro abbia affondato la corvetta sudcoreana Cheonan provocando la morte di 46 marinai. In un messaggio inviato a Seoul, il ministro della Difesa del regime comunista di Pyongyang ha dichiarato: «Non c'è una ragione per cui i sudcoreani rifiutano di ricevere un gruppo di ispettori della commissione della difesa nazionale se i risultati dell'inchiesta sono obiettivi e scientifici, come essi affermano essere». Il ministro della Difesa sudcoreano, Kim Tae-young aveva rifiutato già ieri la richiesta di Pyongyang giudicandola come «il volere di un assassino che insiste che deve ispezionare la scena del delitto».

Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha lanciato ieri un duro monito a Pyongyang affermando che l'affondamento della nave sudcoreana richiede una «forte risposta internazionale». Da Tokyo, prima tappa della sua missione in Estremo Oriente, il capo della diplomazia di Washington ha affermato: «La Corea del Nord deve capire che atti provocatori hanno conseguenze e non possiamo accettare che questo attacco resti senza risposta. Sono desiderosa di consultarmi con la Cina». Hillary Clinton ha parlato nella conferenza stampa congiunta con l’omologo giapponese, Katsuya Okada, citando l’alleato più stretto del regime di Pyongyang e la chiave di qualsiasi soluzione efficace, in vista del suo arrivo lunedì a Pechino, dopo un passaggio all’Expo di Shanghai.

I venti di guerra soffiano come non accadeva da tempo all’altezza del 38° parallelo, dove l’armistizio è sempre precario. La Corea del Nord, all’indomani del rapporto della commissione internazionale voluta da Seoul che gli addebita (con «comprovati e scientifici esami», ha rilevato ieri Hillary Clinton) le colpe della tragedia costata la vita a 46 marinai, rinnova le minacce al Sud e definisce la situazione «come una fase di guerra». In caso di ritorsione, «con il pretesto del naufragio della nave da guerra, la Corea del Nord reagirà con forza con una punizione spietata», assicura un funzionario del regime comunista di Pyongyang citato dall'agenzia ufficiale Kcna. Quasi in contemporanea, a Seoul il presidente Lee Myung-bak, ha convocato il Consiglio nazionale di sicurezza, definendo l’attacco «una violazione dell’armistizio» e una chiara «provocazione militare». Il presidente sudcoreano ha promesso una decisione su tutte le questioni tra i due Paesi e ha invitato i ministeri competenti a «contromisure sistematiche e risolute» perché provocazioni di questo tipo non si ripetano.

Gli analisti, tuttavia, concordano che ci si trova di fronte a una «difesa obbligata delle posizioni»: la rappresaglia militare non è praticabile per i rischi di escalation e perché la Corea del Sud non vuole compromettere le buone prospettive dell’economia, puntando sul vertice g-20 dei capi di Stato e Governo in programma il prossimo novembre a Seoul. La via più probabile, quella delle sanzioni dell'Onu più dure contro Pyongyang, raccoglierebbe ampi consensi, ma si potrebbe fermare nel Consiglio di sicurezza contro il potere di veto della Cina, finora prudente sulla vicenda, se non addirittura fredda.

Le prime mosse sono a carico del segretario di Stato americano con i suoi tentativi di persuadere Pechino a condannare l’atto. Lee, alle prese tra due settimane con un importante voto amministrativo che è un test di metà mandato, metterà a punto una posizione comune con gli Stati Uniti il 26 maggio, il giorno della visita a Seoul di Hillary Clinton. Inoltre, a fine mese, il premier cinese, Wen Jiabao, parteciperà il 29 e 30 maggio a Seoul a un vertice con il presidente sudcoreano, Lee Myung-bak, e il primo ministro giapponese, Yukio Hatoyama.

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