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Veneti in Vaticano

· Per la tutela del patrimonio artistico in un luogo che è patrimonio dell’umanità ·

Pubblichiamo in forma ridotta un articolo uscito sul quotidiano «La Verità» del 12 marzo scorso.

La terrazza del Nicchione che sovrasta il Belvedere

Dopo mezzo millennio, solo un veneto poteva riportare la pace nelle stanze che videro Giulio II accendersi di furore contro la Serenissima. Si chiama Vitale Zanchettin. Mite e simpatico, nato a Mestre nel 1967, si definisce «muratore e manovale», e lo è a tutti gli effetti, nel senso che il suo primo mestiere è stato questo. Per anni s’è imbrattato le mani di calcina e le scarpe di malta, spesso gli capita ancora. Eppure è docente universitario di storia dell’architettura moderna e contemporanea all’Iuav di Venezia, ha scritto una cinquantina fra saggi e pubblicazioni scientifiche e, soprattutto, è responsabile della Sovrintendenza ai Beni architettonici del Vaticano, con la sola eccezione della basilica di San Pietro, che proprio Giulio II, dopo averne avviato la costruzione, volle riservare in perpetuo alla custodia del Pontefice regnante.
A quello che è passato alla storia come “il Papa terribile”, Zanchettin sarebbe di sicuro piaciuto più di Giorgio Pisani, l’ambasciatore della Repubblica veneta giunto in Vaticano nel 1508, del quale non si può certo dire che la dote migliore fosse la diplomazia nel parlare. Tant’è che, per colpa sua, il Papa scomunicò Venezia e le dichiarò guerra.
Zanchettin ci ha tenuto a mostrarmi la singolare testimonianza del passaggio di un vicentino alla corte pontificia. Si trova nell’Anticamera di Giulio II, inaccessibile al pubblico. In questo luogo, che precede il Cubicolo (la stanza da letto), “il Papa terribile” prendeva le decisioni più gravi, guerre comprese, assiso sulla sedia camerale che compare nel ritratto a olio dipinto da Raffaello nel 1511 e conservato alla National Gallery di Londra. Durante i recenti lavori di pulitura delle pareti, sotto l’intonaco Zanchettin ha scoperto una caricatura: raffigura un anziano con la barba lunga e il bastone; alle sue spalle vi è lo stemma pontificio con le chiavi decussate, la tiara e lo scudo gentilizio di Giuliano della Rovere; in basso una scritta: «Joannes Carolus Rigobellus vicentinus». «Dai registri del personale dei Musei Vaticani ho appurato che si tratta di Giovanni Carlo Rigobello, un restauratore che nel luglio 1934 lavorò nella Sala dei Chiaroscuri», mi ha spiegato Zanchettin. «Ho anche rintracciato uno dei suoi figli a Vicenza. Mi è sembrato giusto che questa curiosa testimonianza del passaggio di Rigobello in Vaticano rimanesse visibile».

di Stefano Lorenzetto

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