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Vegliando nel buio tra lo scalpitare delle costellazioni

· Tranströmer e la poetica di un Nobel ·

«Sbarcai la notte di maggio / in un gelido chiaro di luna / dove erba e fiori erano grigi / ma il profumo verde. / Salii piano un pendio / nella daltonica notte / mentre pietre bianche / segnalavano alla luna. / Uno spazio di tempo / lungo qualche minuto / largo cinquantotto anni. / E dietro di me / oltre le plumbee acque luccicanti / c’era l’altra costa / e i dominatori. / Uomini con futuro/ invece di volti».

Non è agevole, ma neanche impossibile, collegare questa unica poesia — citata da Poesia dal silenzio (Milano, Crocetti, 2001) — a ciò che le analisi critiche disponibili sul Nobel per la letteratura 2011, Tomas Tranströmer, precisano della sua opera, posta a metà tra espressionismo, modernismo e surrealismo. Primo, per quel tratto d’ispirazione mistico-cosmica e di pathos elegiaco che fu della corrente artistico-letteraria tedesca d’inizio Novecento; secondo, per quel che dal movimento ispano-americano ne derivarono tutti in Europa, anche se al Nord meno che altrove, in colori, metrica e musicalità; terzo, infine, per quel ricorso a immagini sognanti e da io profondo che l’ottantenne poeta seppe a suo tempo mutuare dal movimento francese anni Venti-Quaranta.

Riferimenti cronologico-culturali, in ogni caso, più che determinazioni creative dirette e individuali (e val la pena richiamare che i «dominatori» dell’«altra costa» possono ben simulare il fatto che negli anni Settanta i Paesi baltici erano ancora parte dell’Unione Sovietica).

Nato a Stoccolma nel 1931 (ma Tranströmer non ha giocato in casa, perché notevoli e più affermati di lui erano i suoi concorrenti, dagli Stati Uniti al Giappone), scrittore e poeta nonché egregio traduttore, dalle 17 poesie del suo esordio (1954) ha collezionato una ventina di raccolte, oltre che molto apprezzate in patria, tradotte in una cinquantina di lingue, costellate da importanti riconoscimenti e poste a capostipiti ispirativi di giovani generazioni che ne hanno fatto un vero e proprio cult poet . Non per nulla si sono espressi per stima e ammirazione nei confronti dei suoi versi, precedenti Nobel come Iosif Brodskij, Seamus Heaney e Derek Walcott.

Dal canto suo, Tranströmer non nasconde «debiti» espliciti o sotterranei dall’estetica baudelairiana delle correspondences (decifrazioni delle segrete armonie dell’universo), dal programma imagiste (classicità, arte geometrica, figurazione nette e precise), dai concetti di storia e tradizione e di realtà ulteriori attraverso osservazioni oggettive riconducibili a Eliot.

«Passando, s’incontra all’improvviso qui la vecchia / quercia gigantesca, alce pietrificato dalla / chioma sconfinata sulla fortezza nero-verde / del mare di settembre. / Temporale del nord. È il tempo in cui maturano / grappoli di nespole. Vegliando al buio si sentono / scalpitare le costellazioni alle loro poste / in alto sopra l’albero».

Dal 1958 in poi, da Segreti sulla via a Echi e tracce (1966); da Colui che vede nel buio (1970) a Fuori dai sentieri (1973); da Per i vivi e per i morti (1989) a La gondola a lutto (1996) sino a Il grande enigma (2004), da quel poco che è stato tradotto in Italia ce n’è abbastanza per dar ragione alla Reale Accademia Svedese che nella sua motivazione ha scritto: «Attraverso le sue immagini condensate e translucide ha offerto un nuovo accesso alla realtà». Concentrata nell’attenzione all’individuo quotidiano ma riverberata in riflessi mistici rivelatori oltre che reali, e negli sconfinati aspetti della mente umana dall’immenso potere sia nel bene che nel male, la sua poesia è sì penetrata di esperienza personale (dai viaggi agli incontri, dalla città natale al mondo, vita propria, morte e malattia, la terra e il mare, la libertà e il controllo), ma spesso è costruita tra sguardi psicologici e interpretazioni metafisiche.

Dividendo fin dalla metà degli anni Sessanta la sua vita tra la scrittura e il lavoro da psicologo (laureato dal 1956), nel 1990 Tranströmer è vittima di un ictus che compromette la sua capacità di parlare, ma non di scrivere, dando una rilevanza di destino al suo più remoto titolo di libro, Poesia dal silenzio (stampato da Crocetti nel 2001 ma anticipato due anni prima da Mario Luzi).

In Svezia, la «nuova» poesia ha seguito la modernità, ma con fermo ancoraggio alla tradizione, vale a dire con voci di un umanesimo assai più esistenziale che ideologico (e non è certo fuori luogo pensare alla cinematografia di Ingmar Bergman e alla letterarietà del suo universo, o all’eredità di August Strindberg, tra naturalismo e simbolismo mistico-espressionista e antiromantico).

La lirica svedese del Novecento conserva i legami spirituali con la letteratura del secolo precedente; vero, quindi, che essa si è aperta nuove vie solo relativamente tardi, cioè dopo la prima guerra mondiale. Ma desidereremmo smentire Tranströmer quando, Nobel permettendo, scrive: «La mia poesia cresce / mentre io mi ritiro... mi tolgo di mezzo».

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