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​Vedi se cammini

· ​La storia dei patriarchi commentata dal Papa ·

Non serve (e non è possibile) capire tutto subito, avere chiare tutte le tappe del viaggio prima di intraprendere il cammino. È la strada stessa che plasma, modella, educa, e — alla fine dell’itinerario — regala un volto unico e inconfondibile al viaggiatore. «La fede vede nella misura in cui cammina» si legge nell’introduzione al libro Come aveva promesso ai nostri padri. La storia dei patriarchi commentata dal Papa (Roma, Castelvecchi, 2017, pagine 176 euro 16,50) a cura di Alessandra Peri. La Scrittura, nelle tante “storie di pellegrinaggi” contenute nel Vecchio Testamento, insegna che lo sguardo dell’anima diventa più acuto e profondo quanto più si inoltra nello spazio aperto della Parola di Dio. Fiducia, abbandono, audacia, lealtà nel portare a termine il proprio compito, ma anche ostinazione, pigrizia, invidia, meschinità; tutta la gamma dell’umano è contemplata e descritta senza reticenze nella Scrittura: proprio per questo l’esperienza dei patriarchi può diventare un aiuto concreto anche per i viandanti del XXI secolo.
«Io non capisco — scrive Papa Bergoglio commentando la storia di Giuseppe e i suoi fratelli — un cristiano fermo. Cristiani fermi: questo fa male, perché ciò che è fermo, che non cammina, si corrompe. Come l’acqua ferma, che è la prima acqua a corrompersi, l’acqua che non scorre... Ci sono cristiani che confondono il camminare col “girare”. Non sono “camminanti”, sono erranti e girano qua e là nella vita. Sono nel labirinto e lì vagano, vagano... Manca loro la parresìa, l’audacia di andare avanti; manca loro la speranza». 

Sir Jacob Epstein  «Giacobbe e l’angelo» (1940–1)

Leggendo le parole del Papa viene in mente un tema caro a Simone Weil: il motore nascosto del coraggio non è tanto la forza, quanto la speranza.
«I cristiani senza speranza — continua Bergoglio — girano nella vita; non sono capaci di andare avanti». I cristiani vagantes, senza meta e senza appartenere a niente e a nessuno, non scelgono nessuna strada illudendosi di essere liberi, di evitare la fatica e le ferite del cammino, ma non si rendono conto che abbandonandosi al flusso di quello che capita senza prendere nessuna decisione prima o poi qualcun altro deciderà per loro. Come si fa, però, a non aver paura degli imprevisti, dei pericoli, degli incontri imprevisti lungo il cammino? Non ci sono istruzioni per l’uso predefinite, continua Francesco, «siamo sicuri soltanto quando camminiamo alla presenza del Signore Gesù» che allena la nostra vita a discernere il bene in modo sempre più dettagliato e autentico.
«Penso — continua il Papa — al nipote di Abramo, Giacobbe. Era tranquillo, là, con i suoi figli; ma a un certo punto è arrivata la carestia e ha detto ai suoi figli, ai suoi undici figli, dieci dei quali erano colpevoli di tradimento, di aver venduto il fratello: “Andate in Egitto, camminate fin là a comprare cibo, perché noi abbiamo soldi, ma non abbiamo cibo. Portate i soldi e comperatene là, dove dicono che ce n’è”. E questi si sono messi in cammino: invece di trovare cibo, hanno trovato un fratello! È bellissimo». Commentando le storie di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Giuseppe, il Papa ci invita a riconoscere la presenza misteriosa ma concreta di Dio nella storia, negli eventi che muovono e cambiano il destino di interi popoli come nella microstoria della nostra esistenza quotidiana. «Io sono sicuro — continua Francesco — che nessuno di voi va davanti a un albero per adorarlo come un idolo; nessuno di noi ha statue da adorare in casa propria. Ma l’idolatria è sottile; noi abbiamo i nostri idoli nascosti, e la strada della vita per arrivare, per non essere lontani dal Regno di Dio, è una strada che comporta scoprire gli idoli nascosti». È solo in azione che possiamo vedere davvero chi siamo; non possiamo fermarci a una nostra immagine di noi stessi, ad alto rischio di manipolazione e distorsione, anche involontaria. Per questo è così vitale e imprescindibile camminare.

di Silvia Guidi

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24 agosto 2019

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