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Variazioni sul mito

· ​I viaggi di Ulisse nella letteratura ·

Pellegrino Tibaldi, «Storie di Ulisse.Ulisse e Polifemo»(1550-1551, Palazzo Poggi, Bologna)

«Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Questa notissima terzina di endecasillabi, estrapolazione dall’«orazion picciola» pronunciata da Ulisse (nel canto xxvi dell’Inferno) per incitare i compagni a violare il confine delle Colonne d’Ercole, questo vertice concettuale della cultura europea nel medioevo, questa guglia svettante della poesia dantesca, in un mattino di primavera del 1944 risuonò «come uno squillo di tromba, come la voce di Dio» in uno dei più abominevoli inferni della storia umana: il lager di Auschwitz. Nella memoria di chiunque abbia letto la sconvolgente testimonianza sugli orrori della Shoah che Primo Levi ha consegnato alle pagine di Se questo è un uomo, rimane nitidamente impresso l’episodio imperniato su una reminiscenza dalla Commedia di Dante. Lo scrive Marco Beck aggiungendo che racconta in quel capitolo il chimico-scrittore come, su richiesta di un giovane compagno di prigionia, alsaziano e quindi francofono, desideroso di apprendere l’italiano, avesse avuto una singolare ispirazione: cominciò a insegnargli la sua lingua a partire nientemeno che dal canto di Ulisse, recitando (con corredo di stentata traduzione francese) alcuni brani che aveva memorizzato nel corso degli studi liceali. Idealmente, attraverso il recupero di questi versi immortali, due ebrei umiliati, spogliati della libertà, della dignità, dei più elementari diritti umani, lanciarono contro i loro aguzzini, contro la barbarie della violenza omicida e della negazione di Dio, la sfida della grande letteratura, dell’umanesimo di nobile ascendenza greco-latina che costituisce il fondamento stesso di una civiltà — quella occidentale — imbevuta di valori cristiani.

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21 marzo 2019

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