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Per varcare con lo studio
i confini confessionali

· La lezione di Reuchlin ·

Nell’anno delle celebrazioni dei 500 anni dalla Riforma luterana (1517) e dei 50 anni dai trattati europei di Roma (1957), sarà bene rammentare, accanto a Lutero e all’opera sua, un’altra figura coeva, meno nota ma altrettanto influente nella storia religiosa d’occidente: l’umanista cristiano tedesco Johann Reuchlin (1455-1522), il cui lasciato intellettuale disvela un lato luminoso dell’Europa interreligiosa. Che l’ultima pubblicazione italiana in volume su questo autore sia la benemerita traduzione del suo De arte cabalistica da parte di Giulio Busi e Saverio Campanini uscita più di due decenni fa (Firenze, Opus libri, 1995) non fa che rimarcare la necessità di meditare, alla luce di recenti studi inglesi e tedeschi (David H. Price, Daniel O’Callaghan, Franz Posset), su una figura che nell’Italia del Rinascimento ha trovato ispirazione e conoscenze per opporsi all’emergere d’un moto distruttore.

Ritratto di Johann Reuchlin (xvi secolo)

Il 19 agosto 1509, nelle terre del Sacro Romano Impero oggi ricomprese tra Germania, Austria e Slovenia, ebbe inizio una campagna persecutoria senza precedenti volta a estirpare ogni traccia delle tradizioni religiose ebraiche. Il piano, avallato dall’imperatore Massimiliano I, si concretava nella confisca e distruzione di tutti i libri ebraici esistenti, a partire dai libri di preghiere, indispensabili per le pratiche religiose quotidiane. Il rogo di libri doveva essere anticamera per l’espulsione o riduzione in schiavitù degli ebrei dell’impero, già banditi dalle regioni orientali di Stiria, Carinzia e Carniola, ora parte di Austria e Slovenia. Ispiratore e guida fervente della campagna anti-ebraica fu il convertito tedesco Johannes Pfefferkon, etnografo e missionario. Dichiarò, costui, d’agire contro gli ebrei non già per motivi e capacità personali, ma in obbedienza a una chiamata divina (Schickung, «ciò che è voluto da Dio»). Oltreché da mandato imperiale, la campagna fu legittimata da parte non irrilevante della Chiesa e del mondo universitario tedesco: l’arcivescovo e l’università di Mainz, l’università di Cologna, componenti degli ordini francescano e domenicano, specie il convento dei predicatori di Cologna. Quello stesso convento ove Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino posto da Dante tra gli “spiriti sapienti“ nel cielo del sole, aveva fondato al principio del Duecento una celebre scuola di teologia dando di fatto vita alla prima università tedesca; e dove il filosofo Niccolò Cusano, noto tra l’altro per la sua opera visionaria sulla pace tra le religioni (De pace fidei) e il suo interesse esegetico per il Corano (Cribratio Alkorani), al principio del Quattrocento aveva studiato prima di discendere a Bressanone e poi a Roma, accanto a Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio ii.
Al principio del Cinquecento, un decennio dopo l’espulsione degli ebrei di Spagna (1492), il corpo malato dell’impero aveva prodotto anticorpi efficaci. Il più strenuo difensore dei libri ebraici fu difatti Johann Reuchlin, nato a Pforzheim, nel braccio settentrionale della Foresta Nera, legato all’università di Tubinga e alle origini degli studi ebraici in Europa. Nel 1510 Reuchlin redasse una difesa di carattere legale di tutti i libri ebraici sotto accusa, incluso il Talmud. Dapprima indirizzato all’imperatore, lo scritto fu inserito nell’apologia intitolata Augenspiegel, («specchio degli occhi»), scritta contro il Judenspiegel e altri pamphlet avvelenati di Pfefferkorn motteggiando le principali raccolte di leggi imperiali, il Sachsenspiegel e il Schwabenspiegel: «gli ebrei — scrive Reuchlin riman dando al Digesto di Giustiniano — in quanto sudditi del Sacro Romano Impero devono essere trattati secondo le leggi imperiali», dunque con equanimità; «agli ebrei dev’essere permesso di mantenere le proprie sinagoghe, chiamate “scuole”, in pace e tranquillità, ed esse non devono essere ostacolate». Attraverso un’esegesi inclusiva della prima epistola di Paolo ai Corinzi (11, 17-19), Reuchlin giungeva a sconfessare un’accusa riversata contro gli ebrei almeno dal secolo xii in polemiche come l’Adversus Iudaeorum inveteratam duritiem dell’abate di Cluny Pietro il Venerabile. Scriveva al proposito: «gli ebrei non possono essere “eretici” poiché essi non hanno abbandonato la fede cristiana, non essendovi mai appartenuti». L’apologia fu stampata nel 1511, a pochi mesi dalla circolazione in 1000 copie del libello anti-ebraico di Pfefferkorn. L’anno dopo, l’inquisitore generale Jacob Hoogstraeten, insieme con l’università di Colonia, bandì lo scritto di Reuchlin in quanto prova d’inaccettabile favore verso gli ebrei e formulò contro il suo autore l’accusa d’eresia, la stessa da cui egli aveva tentato di difendere gli ebrei. Il caso Reuchlin suscitò inaudito clamore tra ecclesiastici e umanisti europei: come nacque, in un esperto di legge nato nella Foresta Nera, siffatta sensibilità per il mondo ebraico in anni in cui gli ebrei venivano battezzati in massa, cacciati di Spagna e Portogallo, accusati di sacrilegi e profanazioni e perseguitati in larga parte d’Europa?
Reuchlin aveva studiato arti e diritto a Freiburg, Parigi, Basilea, Orléans e Poitiers. Come Erasmo da Rotterdam, aveva coltivato con assiduità lo studio di greco e latino, specie in rapporto con l’esegesi del secondo testamento. A Tubinga giunse nel 1481, fu per breve lettore di greco e ottenne il dottorato in diritto imperiale. Per le sue competenze linguistiche e legali, fu impiegato alla corte del conte di Württemberg, Eberardo, fondatore dell’università di Tubinga. A differenza di lingue classiche e diritto, in cui egli vedeva pure una professione di cui campare, l’interesse per l’ebraico dovette essere passione travolgente e personale, ispirata dai primi contatti a corte e maturata nel corso di tre viaggi in Italia, fondamentali per comprendere il ruolo di Reuchlin come mediatore culturale e interreligioso. Nel 1483, a Firenze, incontrò Lorenzo de Medici e Papa Sisto iv, fondatore della Biblioteca Vaticana, prendendo frattanto lezioni su Tucidide da Giovanni Argiropulo, stimato maestro bizantino. Nel 1490, a Roma, lavorò su scritti cabalistici con Pico della Mirandola e Flavio Mitridate, fors’anche con Marsilio Ficino. Nel 1498, di nuovo a Roma, studiò ebraico col giovane, brillante rabbino di Bologna Obadja Sforno e comprò una quantità tale di manoscritti ebraici da doversi affidare a uno dei maggiori mercanti tedeschi con sedi commerciali in tutt’Europa per far giungere l’incetta romana in patria.
Rientrato in Germania, per vent’anni fu impegnato nella difesa dei libri ebraici e degli ebrei nella controversia legale e dottrinale con Pfefferkorn. Restò fedele alla causa grazie alla tenacia personale, ad amici umanisti europei e agli appoggi presso la curia romana. Al chiudersi del contenzioso, dopo aver insegnato a Ingolstadt, nel 1521 fu incaricato dall’università di Tubinga del primo insegnamento di ebraico in terra imperiale: l’onore lo raggiungeva appena un anno prima della morte. L’ebraico che Reuchlin era giunto a definire «un sacramento» fu il primo tassello di un’opera teologica orientata a una radicale rivisitazione della dottrina cristiana in chiave biblica e sapienziale, umanistica e salvifica. L’influenza dei cabalisti italiani e i contatti con bibliofili e umanisti quali Aldo Manuzio, Ermolao Barbaro e Poliziano furono decisivi. Senza l’eredità greca ed ebraica giunte in Europa attraverso l’umanesimo italiano non avrebbe visto la luce il suo De arte praedicandi (1503), meditazione sulla centralità delle Bibbia nell’educazione cristiana divenuto fortunato manuale per il rinnovamento della predicazione su base scritturale; né il suo pionieristico De rudimentis hebraicis (1506), prima grammatica ebraica con vocabolario redatta per lettori latini, nella cui prefazione si torna a denunziare la persecuzione degli ebrei; né infine il suo celebre De arte cabalistica (1517), mirabile dialogo letterario sulla Cabbala tra un filosofo pitagorico, un ebreo e un “marrano maomettano”. Nella prefazione all’opera, Reuchlin attribuisce esplicitamente la riscoperta della filosofia in Europa alla cerchia d’intellettuali convocati a Firenze da Lorenzo de Medici: «Fu una gara di uomini sommi. (...) Tutti erano impegnati nel progetto e tutti erano motivo di eccelse lodi (...)».
Gershom Sholem, fondatore degli studi cabalistici moderni emigrato in Palestina nel 1923, al tempo del mandato britannico, fu incaricato nel 1933 — mentre in Germania s’insediava il nazismo — del primo insegnamento di mistica ebraica all’università Ebraica di Gerusalemme. Fu in quegli anni ch’egli vide in Reuchlin il suo precursore, definendolo il «primo studioso di ebraismo, della sua lingua e del suo mondo, specie della Cabala (...), l’uomo che, circa cinque secoli fa, diede vita alla disciplina degli studi ebraici in Europa». Il riconoscimento oggi appare ovvio, ma a Reuchlin non fu dato d’apprezzarlo in vita. Nella prima metà del Cinquecento egli era percepito da parte egemone del mondo cattolico come parte d’un gruppo di provocatori e scismatici, indistintamente accostato a Erasmo, Ulrich von Hutten, Martin Lutero e Melantone, ancorché egli stesso si fosse dissociato dalle posizioni dei riformatori preservando unicamente il rapporto di stima con Erasmo, cui nel 1514 prestò un importante codice del secondo testamento (Basel, Cod. an iv 2) mentre l’umanista olandese lavorava all’edizione greca dei vangeli (1516). Al di là delle distanze circa l’amore per l’ebraico e l’approccio puramente filologico alle Scritture, Erasmo si schierò con Reuchlin nella disputa contro Pfefferkorn e alla morte dell’amico, nel 1522, ne compose l’elogio, l’Apoteosi di Reuchlin, innalzandolo a padre del rinascimento ebraico.
Lutero, al contrario, da Reuchlin non poteva che allontanarsi, non soltanto per le diatribe teologiche all’origine della riforma protestante (sola gratia, sola fide, sola scriptura), ma pure per l’attitudine rispetto alla Cabbala e più in largo verso gli ebrei. Contro la tradizione ebraica e gli ebrei contemporanei, disperando di non poterli convertire, nel 1543 Martin Lutero pubblicò la nota polemica Von den Juden und ihren Lügen («Degli ebrei e delle loro menzogne»), carica di stigmi morali, invettive linguistiche e rancori personali. Solo in questi mesi, fatto che impressiona, sulla scia delle celebrazioni della Riforma, vede la luce la prima traduzione dell’opera in tedesco moderno, a cura di Matthias Morgenstern ( Berlino, BUP, 2016, pagine 328, euro 19.90) quindici anni dopo l’edizione italiana di Adelisa Malena introdotta da Adriano Prosperi, ora potendo l’opera essere soppesata in Germania da un più vasto pubblico di lettori.

di Davide Scotto

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