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Vangelo predicato e vissuto

· La teologia di Óscar Arnulfo Romero ·

Alla vigilia della canonizzazione, esce negli Stati Uniti (Orbis Books) e in Italia il volume Óscar Romero. L’eredità teologica di un santo rivoluzionario (Brescia, Editrice Queriniana, 2018, pagine 314, euro 30). Pubblichiamo ampi stralci dell’introduzione dell’autore.

Nel determinare gli effetti de La Matanza, il massacro del 1932 di contadini indigeni che ha plasmato profondamente l’immaginazione dei salvadoregni nel XX secolo, Héctor Lindo-Fuentes e i suoi collaboratori usano la nozione di «comunità della memoria» per discutere del modo in cui gruppi di persone interagiscono per trovare ed esprimere un significato condiviso sugli avvenimenti. Più che vedere la memoria come la rievocazione statica di un evento immutabile, la nozione di una comunità della memoria ci aiuta a capire il negoziato costante che si verifica nell’articolare una memoria storica. Dagli avvenimenti geopolitici più grandi alle interazioni personali più prosaiche, la memoria comporta dinamiche che sono individuali e collettive, immutabili per certi versi, ma anche malleabili. Come lo scienziato che svolge ricerche dopo la scoperta del principio di indeterminazione, chi ricorda conferisce qualcosa alla memoria stessa, e le comunità della memoria devono negoziare perennemente il “significato” di una memoria in modi complessi.

Questo libro “ricorda” l’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero quale parte di comunità della memoria diverse e che si sovrappongono. Scrivo queste pagine avendo fatto parte della generazione giunta all’età adulta durante la guerra civile in El Salvador (1980-1992), una generazione che, negli Stati Uniti, ha visto la Casa Bianca di Reagan collocare il conflitto salvadoregno al centro del palcoscenico nel conflitto globale con il comunismo sovietico. Come una generazione precedente era stata definita dalla guerra in Vietnam, così la mia generazione ha finito per vedere El Salvador non solo come un dibattito di politica estera, bensì come uno scontro cristallizzato che ha forgiato l’identità politica. Per le persone impegnate nel movimento di base contrario alla politica estera statunitense durante il conflitto, l’assassinio dell’arcivescovo Romero nel marzo del 1980 — connesso con gli omicidi di dicembre di quattro religiose statunitensi, Jean Donovan, Ita Ford, Maura Clarke e Dorothy Kazel — è giunto a simboleggiare i mali dell’intervento statunitense nella cruenta guerra civile.

In quanto latinoamericano cresciuto a Miami, ho assistito alla natura feroce di questo conflitto in modo particolarmente acuto. In una città in cui vivevano molti ricchi salvadoregni fuggiti a nord, nicaraguensi che avevano lasciato il proprio paese a causa della vittoria sandinista, nonché migliaia di cubani in fuga dal regime di Fidel Castro, i confini dello scontro politico erano tracciati in modo marcato. Ricordo come, nella mia parrocchia cattolica, due missionari di Maryknoll invitati dal prete a condividere le loro esperienze in El Salvador furono inondati di mormorii di disapprovazione e di epiteti del tipo “comunisti” dai parrocchiani innervositi. Mi ero reso conto quasi subito delle convinzioni radicate di cristiani apparentemente gentili e generosi che potevano anche dire: «È terribile che abbiano ucciso dei preti laggiù, ma se loro [i preti] erano comunisti, se lo sono meritato».

La politica non è l’unica arena di conflitto fra coloro che ricordano Romero. Si negozia la fede stessa. Qualunque cattolico ispanico riconosce immediatamente il tipo di religiosità che ha caratterizzato la formazione di Óscar Romero: l’intensa pietà e le sue devozioni, la scrupolosità severa nel comportamento personale, e l’obbedienza deferente nei confronti della gerarchia ecclesiale, hanno tutti una profonda risonanza. Tuttavia, giacché il periodo vissuto da Romero come arcivescovo mostra una crescita e una modifica, se non un profondo cambiamento, rispetto alla sua formazione tradizionalista, il compito di narrare la memoria di Romero diventa più complicato. Per coloro che hanno un orientamento più tradizionalista e desiderano fare tesoro della sua memoria, è necessario dibattere su Romero in un modo che dimostra la costanza del suo ministero sacerdotale per tutta la vita. Romero, un uomo di fede e di preghiera, modello di una spiritualità pietistica, è ricordato in un modo che riconosce le continuità della sua vita come uomo di Dio.

Tuttavia, come figlio del concilio Vaticano II, e quindi con una memoria solo aneddotica della pietà preconciliare, trovo che Romero simboleggi anche il tipo di apertura al mondo e ai suoi problemi a cui il concilio stesso ha dato voce. Ciò non significa insinuare che questa posizione sia necessariamente contrapposta alla spiritualità pia e caratterizzata dalla preghiera. Tuttavia, anziché mettere in evidenza la fuga mundi (fuga dal mondo) tipica di gran parte della spiritualità precedente, il concilio ha immaginato una Chiesa al servizio del mondo, che porta la buona notizia al mondo, e che opera affinché il mondo possa somigliare sempre più al regno di Dio predicato da Gesù. Secondo questo modo di pensare, essere una persona di Dio significa essere una persona nel mondo e per il mondo. Allora, Romero è un modello della “fede che fa giustizia”, e sta a fianco di figure contemporanee come Dorothy Day, César Chávez e Martin Luther King. Mentre molte realtà — dai servizi per la giustizia sociale ai centri comunitari di assistenza — si appellano al nome di Romero, la sua memoria è legata a un modo particolare di vedere la fede oggi nel suo rapporto indispensabile con gli sforzi per la pace e la giustizia.

È importante nominare le molteplici configurazioni delle comunità della memoria, poiché i loro dialoghi e i loro dibattiti sul passato hanno tutto a che fare con il presente e il futuro. Dal punto di vista politico e storico, El Salvador è l’anello di congiunzione fra l’intervento statunitense in Vietnam negli anni sessanta e quello in Afghanistan-Iraq negli anni duemila. Negli Stati Uniti, il fatto di ricordare Romero (o di dimenticarlo) è connesso fortemente con la visione fondamentale del ruolo del paese negli affari globali oggi.

Analogamente, all’interno delle varie comunità della memoria di fede cattolica, la memoria di Romero serve per interpretare il ruolo della Chiesa nel mondo, in particolare alla luce dei papati che si sono succeduti dopo la sua morte. Non è una semplice questione di contenuto: nell’ultimo secolo il magistero sociale cattolico è stato coerente nel criticare tanto il capitalismo quanto il socialismo, e nel sostenere una visione della giustizia e dell’uguaglianza, difendendo valori come la dignità umana, la solidarietà e il bene comune. Tuttavia, c’è in gioco un certo stile, un certo modo di essere nel mondo.

Quindi, per “ricordare” Romero occorre sia riconoscere consapevolmente la natura “situata” della memoria sia evocare le diverse esperienze e motivazioni all’opera all’interno di ogni comunità della memoria. Sarebbe presuntuoso dichiarare “corretta” un’unica memoria, ma sarebbe altrettanto avventato scivolare nel semplice relativismo per cui ciascuno ha i propri ricordi, il proprio Romero che è intoccabile e ugualmente valido. Come ci ha mostrato Bachtin, le memorie sono condivise e i dibattiti sono collettivi; per questo il presente libro partecipa esplicitamente alla contestazione e al negoziato che sono una parte naturale di ogni memoria. Alcuni decenni dopo l’assassinio di Romero, questo libro è una “memoria di memorie” che riconosce l’articolazione dell’identità di Romero in quanto processo in fieri. Partecipando a questa memoria collettiva, esso vuole porre la seguente domanda: «Chi è stato Óscar Arnulfo Romero, e perché è importante oggi?».

Ci sono molti approcci che si possono, e si dovrebbero, usare per offrire un profilo di Óscar Romero. Nei decenni successivi al suo assassinio, la sua biografia è stata scritta parecchie volte. La biografia è cruciale nel suo caso, poiché la sua eredità è legata alle azioni che ha compiuto, in particolare negli ultimi tre anni della sua vita come arcivescovo di San Salvador. Come nel caso di altri “martiri social-religiosi” del XX secolo — Mohandas K. Gandhi, Dietrich Bonhoeffer e Martin Luther King — l’eredità di Romero non va individuata semplicemente in una serie di idee o belle parole, ma in azioni che incarnano una visione avvincente per la vita umana, e che hanno portato direttamente alla sua morte. Come Bonhoeffer e King, l’esempio vissuto di Romero era radicato in una visione del Vangelo cristiano, del regno di Dio predicato da Gesù Cristo che si manifesta nella pace e nella giustizia fra gli esseri umani.

I modi complessi in cui questa visione ha informato le azioni di Romero (ed è stata informata da quelle medesime azioni) richiedono di guardare, al di là della biografia, al suo pensiero e alle sue credenze, e al modo in cui le ha espresse, in particolare negli scritti e nella predicazione. Sebbene talvolta gli scritti e le omelie siano stati trascurati rispetto alla narrazione biografica drammatica, essi forniscono una chiave per capire il modo in cui Romero rifletteva sull’importanza dei suoi tempi e del suo ministero. Questo secondo momento di riflessione — ovvero il suo tentativo di capire e spiegare il suo mondo alla luce della sua fede, della sua comprensione di Dio, della Bibbia e dell’insegnamento della Chiesa — è ciò che possiamo definire la teologia di Romero. Sebbene egli non sia mai stato un teologo di professione, la sua eredità ha un contenuto profondamente teologico che non può essere ignorato. Difatti in tal caso si commetterebbero due errori: primo, ignorare l’impegno centrale della sua vita nei suoi quasi quarant’anni come sacerdote; e, secondo, non cogliere i suoi possibili contributi a nuovi modi di riflettere su come le persone di fede possono rispondere ai problemi sociali urgenti dei loro tempi in maniera creativa e autentica.

di Michael E. Lee

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17 dicembre 2018

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