Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Vangelo per gli occhi

· Gli affreschi dell’iconografo Nikolaos A. Houtos ·

Il visitatore che entra nella cappella nei locali adiacenti alla chiesa di San Saturnino a Roma viene accolto da un affresco: è Il Re della gloria, crocifissione realizzata secondo lo stile bizantino dall’iconografo Nikolaos A. Houtos, greco di origini, studi e formazione. 

Nikolaos A. Houtos, «Il Re della gloria» (2014)

Fin dal primo sguardo il grande equilibrio dell’intera composizione colpisce il visitatore. Il percorso artistico di Houtos, infatti, è stato fortemente influenzato dall’arte tradizionale greca, i cui principi basilari sono presenti nelle opere dell’artista: la luce, i colori puri e naturali, il rispetto delle due dimensioni e il rifiuto della prospettiva della pittura naturalistica attribuiscono particolare importanza alla figura umana nel significato teologico di icona. Ossia di immagine che suscita e partecipa ciò che rappresenta.

Houtos è stato allievo di Kostas Xinopoulos all’università di Atene per gli studi di teologia e di iconografia, e del maestro Serghios Serghiadis per la tecnica dell’affresco; i suoi lavori sono disseminati tra Atene, il Monte Athos, il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e di Alessandria d’Egitto, Gerace, Bivongi e Roma, nelle chiese ortodosse di Sant’Andrea e San Teodoro.

Espressione del messaggio cristiano, l’icona — che Basilio definisce «il vangelo degli analfabeti» — pretende di essere un’immagine e una presenza dell’invisibile. Come la Scrittura è vangelo rivolto all’orecchio, così l’icona è vangelo rivolto all’occhio: entrambe scrivono il mistero di Cristo. L’icona, collegamento con il mondo di Dio, è una finestra spirituale aperta a tutti coloro che sono in grado di coglierne l’essenza. Una raffigurazione da guardare non con i criteri di un quadro, ma con gli occhi del credente.

Houtos rappresenta dunque il corpo di Cristo crocifisso, benché morto, con la compostezza di un Re della Gloria (come riporta in cima alla croce, al posto del consueto Inri, la dicitura in greco): la testa è inclinata verso destra, il corpo leggermente incurvato e le braccia sono distese come se non dovessero sopportare un peso, ma avvolgere in un unico abbraccio tutte le dimensioni del tempo e dello spazio. Nel linguaggio biblico, infatti, la gloria è il manifestarsi stesso della presenza di Dio.

Anche la Madre di Dio e Giovanni, con il gesto della mano portata sulla guancia, esprimono il loro dolore mantenendo una nobile compostezza. L’iconografia della Vergine sotto la Croce solitamente attribuisce alla Madonna Addolorata una postura che esprime grande fortezza e partecipazione attiva all’opera redentiva: l’aspetto che qui è rafforzato nel gesto di indicare con la mano il mistero della Croce. È questo, infatti, il momento in cui ella diventa Madre non solo del Cristo ma di tutti i cristiani simboleggiati dall’Apostolo Giovanni: «Ecco tua madre, ecco tuo figlio».

Maria è generalmente raffigurata dalla parte del costato trafitto, mentre Giovanni, simmetricamente, dall’altra è spesso in atteggiamento di dolore e di contemplazione del grande mistero di cui è spettatore: «Colui che ha visto ha reso testimonianza» (Giovanni, 19, 35). I riflessi acquei sulla stoffa che cinge i fianchi di Cristo, sulle tuniche di Maria e Giovanni e sulle rocce del Golgota contribuiscono ad annullare ogni pesantezza.

Particolarmente significativa la presenza dell’evangelista Giovanni, che, in modo speciale, tra gli altri apostoli e i primi discepoli, nella persona di Gesù ha contemplato Dio, in una gloria che si manifesta in pienezza proprio nella passione di Cristo. L’evangelista, così, afferma l’unità sostanziale tra l’Incarnazione e la Pasqua.

La Croce è piantata sul monte Golgota, un cono pietroso, detto “luogo del cranio” perché Adamo, fu sepolto, secondo la tradizione, proprio in questo centro del mondo dove si sarebbe compiuto il sacrificio redentivo. Il teschio di Adamo si trova infatti in una grotta oscura ed è lavato dal sangue che cola dalle ferite del crocifisso, donando vita al primo uomo. L’interpretazione dei Padri della Chiesa intende in tal modo esplicitare la valenza simbolica della Croce, come albero piantato nel Paradiso che unisce cielo-terra-inferi per dare frutti di vita contrapposto all’albero che diede frutti di morte ai progenitori.

Nello sfondo dell’icona, Gerusalemme, rappresentata racchiusa dalle sue mura. Simboleggia la città chiusa, che ha espulso «la pietra rigettata dai costruttori» ma che diventerà sopra il Golgota la pietra di fondamento della Gerusalemme celeste.

Interessante l’interpretazione che ne ha dato l’iconografo: la città è, di fatto, divisa a metà. Sulla sinistra in penombra, senza colori e senza piante e fiori: solo un idolo pagano — inimmaginabile nella realtà — campeggia sopra le mura; sulla destra, al contrario, la città è ricca di colori e di vita, un’anticipazione della Gerusalemme celeste. Simbolo dunque della morte e della vita, dell’Antico e del Nuovo Testamento.

di Marco Valenti

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

27 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE