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Vado a fare un po’ di chiasso

«Non vorrei andar via senza fare un po’ di chiasso...» ha scherzato con uno dei suoi collaboratori il Papa al termine della messa celebrata nella cattedrale di Yangon, ultimo appuntamento pubblico in Myanmar prima della partenza per il Bangladesh. E così, con ancora indosso i paramenti rossi, lasciando a distanza la sicurezza, il Pontefice è andato da solo a salutare le migliaia di giovani che giovedì mattina, 30 novembre, hanno animato con canti e preghiere la celebrazione.

Sono loro la speranza di un paese finalmente pacificato e riconciliato. E a loro Francesco si è rivolto «come un padre, o meglio come un nonno», ricevendo subito una risposta entusiasta al suo invito a essere coraggiosi, generosi e gioiosi.

La giornata del Pontefice è iniziata con il congedo dall’arcivescovado, sua residenza a Yangon. In dono ha lasciato una scultura bronzea raffigurante san Francesco che parla agli uccelli. Quindi il trasferimento nell’annessa cattedrale dell’Immacolata Concezione di Maria: il maggior edificio di culto cattolico del Myanmar è stato progettato dal figlio dell’architetto cui si deve il Rijksmuseum di Amsterdam, e la facciata in mattoni rossi ne richiama lo stile. Le vetrate policrome hanno resistito al terribile terremoto del 5 maggio 1930 e ai bombardamenti giapponesi della seconda guerra mondiale, ma sono state distrutte da quelli alleati. Ricostruite, sono state di nuovo danneggiate dal ciclone Nargis, che nel 2008 qui ha ucciso 138.000 persone.

Al suo passaggio a bordo della golf kart elettrica tra i presenti assiepati dietro le transenne il Papa ha potuto vedere tutti i colori del Myanmar e dei popoli che lo abitano: e siccome alcuni di essi sono di evidente discendenza indiana o cinese, ha in pratica incrociato gli sguardi del variegato mondo del sud e dell’est asiatico. I più indossavano i costumi tradizionali, fieri della loro appartenenza alle diverse tribù, altri la t-shirt bianca con il logo “Love&Peace” del viaggio. Dall’area di Pathein sono giunti 550 giovani e da quella di Myitkyina 600. Visibilmente soddisfatto padre Joseph Saw Er Khaw Htoo, il giovane direttore della National Catholic Youth Commission: «Sono rappresentate tutte le etnie» ci ha confermato. Del resto, durante la liturgia le varie componenti della popolazione sono state protagoniste delle letture, dei canti — stupendi per arrangiamenti ed esecuzione soprattutto il Sanctus e il Padre nostro in birmano — e dell’offertorio; e le intenzioni dei fedeli sono state pronunciate nei principali idiomi. In tamil si è pregato per il Pontefice, in kachin per i vescovi perché «con la loro guida possano contribuire a costruire un mondo libero dalla povertà»; in kayan l’intenzione per le famiglie e le nuove generazioni; in lingua chin quella per le «autorità civili e per i leader del Myanmar, affinché lo Spirito Santo possa garantire loro i doni della saggezza e dell’unità nel servizio alla nazione»; in karen la preghiera per i poveri, i malati e i moribondi; e in cinese quella «per la promozione della pace e dell’amore nel mondo, soprattutto per quanti che soffrono a causa della violenza». Insomma i giovani hanno assunto davanti al Pontefice l’impegno a «diventare costruttori di ponti e operatori di pace». Come Ma Aye Myat Min, una ragazza di Dagon, che ci ha spiegato: «Essendo cattolica sono venuta oggi perché la riconciliazione è una grande necessità per il mio paese». Un tema su cui è tornato con forza Francesco all’omelia — pronunciata in italiano e tradotta nella lingua locale da uno speaker — ricordando che come il vangelo anche ogni opera umana «cresce sempre da piccole radici» e raccomandando loro di «farsi sentire», di «gridare, non con la voce, ma con la vita, così da essere segno di speranza».

Dopo aver concluso con un applauditissimo Myanmar pyi ko Payarthakin Kaung gi pei pa sei (“Dio benedica il Myanmar”), il Papa si è diretto in automobile all’aeroporto di Yangon, dove è stato accolto, tra gli altri, dalla banda musicale dei seminaristi. Decollato alle 13.25, l’aereo con a bordo Francesco è atterrato alle 14.45 a Dhaka, seconda tappa del viaggio in Asia.

Intanto a Yangon è già tempo di bilanci: la sera di mercoledì 29, nel corso di un briefing per i giornalisti delle molte testate internazionali e locali che hanno seguito la visita pontificia, il direttore della Sala stampa della Santa Sede ha accennato al momento «storico» vissuto dalla «piccola Chiesa» del Myanmar, che «in un paese con ancora molti muri, sa essere ponte fra le diversità». Insieme ai tre vescovi del paese che lo affiancavano, Burke ha risposto alle domande dei cronisti, relative prevalentemente al dramma dei profughi dello stato di Rakhine. C’è una «situazione umanitaria molto grave, non c’è dubbio», ha riconosciuto; ma non si può ridurre tutta la visita — ha aggiunto — «a una sola questione politica, a una parola detta o non detta. Il Papa richiama l’attenzione, cerca di aiutare, quando parla di rispettare i diritti di tutti, nessuno escluso».

Da parte loro i presuli hanno commentato l’incontro avuto poco prima con il Pontefice. Secondo il vescovo John Hsane Hgyi, di Pathein, in Myanmar «le differenze possono essere un’occasione, invece che causa di divisione» e poiché Francesco ha di nuovo rilanciato la sua idea di «Chiesa ospedale da campo», l’arcivescovo si è detto in sintonia con questo invito a essere fonte di riconciliazione. Il vescovo Felix Lian Khen Thang, di Kalay, ha visto nel Papa un «missionario di pace e di amore» — come recita il motto del viaggio — che ha portato un notevole contributo al «processo di guarigione» in atto nel paese. Processo che sarà possibile portare a compimento solo grazie a «sensibilità religiose inclusive e non escludenti». Infine il vescovo John Saw Yaw Han, ausiliare di Yangon e coordinatore del comitato organizzatore locale, ha individuato il messaggio principale di Francesco nella sua idea di «pastore con l’odore delle pecore e con l’odore di Dio».

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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23 marzo 2019

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