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Utopia e progresso

Sta uscendo in queste settimane nelle sale di tutto il mondo Apollo 11, emozionante documentario firmato da Todd Douglas Miller sulla missione spaziale che ha fatto la storia. Per l’occasione, il regista ha raccolto unicamente riprese mai diffuse prima con la collaborazione del Nara, l’agenzia statunitense che preserva documenti storici. Ma è solo dell’anno scorso anche First Man di Damien Chazelle. Il film, tratto da una biografia ufficiale, ha il merito di raccontarci Neil Armstrong in un modo piuttosto nuovo. Non solo, cioè, come un ottimo astronauta, ma anche come un visionario, un pioniere tecnologico, un traghettatore fra vecchia e nuova era dei viaggi spaziali. Sul piano esistenzialista, però, Chazelle, che era stato molto personale con il precedente La la land, cade qui nell’ormai molto comune tentazione di imitare Terrence Malick, sia stilisticamente, con un montaggio impressionista e la cinepresa a mano, sia concettualmente, ovvero tentando una dialettica fra quotidiano e astronomico che in qualche modo ricalca quella fra intimismo e dimensione metafisica presente in The Tree of Life. Senza raggiungere però gli stessi risultati, pur firmando un buon film.

Una scena da «E.T.» (1982) di Steven Spielberg

Quello dei viaggi sulla luna è d’altronde un argomento che ha attraversato tutta la storia del cinema e che ha coinvolto molti film, anche se sono pochi quelli memorabili. È interessante in ogni caso notare se e come il vero allunaggio di cinquant’anni fa abbia segnato una discriminante evidente nel modo di rappresentare le trasferte lunari.

Il primissimo film della serie è allo stesso tempo il migliore: Le vojage dans la lune (1902) di Georges Méliès. In soli dodici minuti il geniale regista francese si conferma soprattutto un sapiente scenografo capace forzare la bidimensionalità dello schermo. A differenza di quasi tutti i film di quest’epoca arcaica, poi, non si tratta solo di teatro filmato, dato che Méliès sa anche architettare un seppur rudimentale montaggio. A rendere tutto poetico, infatti, sono i suoi pioneristici effetti speciali, tanto artigianali quanto efficaci, ma anche dissolvenze incrociate che rendono fedelmente un’atmosfera di sogno. Il cortometraggio è infatti una testimonianza di come la luna fosse, all’inizio del secolo scorso, ancora un’utopia con cui baloccarsi sul piano della pura fantasia. Anche se la sua immagine con il volto umano e con tanto di astronave in un occhio — a tutt’oggi una delle più famose della storia del cinema e un simbolo del cinema degli albori — è forse una spavalda dichiarazione di fiducia nel progresso tecnologico dell’uomo.

Altro film muto sull’argomento, Frau im Mond (1929) di Fritz Lang è un’opera spesso sopravvalutata. Il suo banale svolgimento da feuilleton è da attribuire alla moglie del regista, Thea von Harbou, autrice del soggetto e cosceneggiatrice, ma anche la regia qui è priva di guizzi ed eccessivamente statica. Suggestiva è comunque la scenografia lunare e più in generale l’impatto estetico tipicamente langhiano costituito da una razionalizzazione dell’espressionismo. Ma il film è famoso anche per il curioso fatto di aver inaugurato l’uso del countdown, poi ripreso dalla Nasa.

Per avere il primo film americano sull’argomento bisognerà aspettare il 1950. Destination Moon di Irving Pichel è però un film che nasce già datato. Ancora più statico del film di Lang, presenta una scenografia spaziale a dir poco ingenua, anche perché non arriva a toccare le punte naif e pop di omologhi che verranno, come quelli italiani firmati da Mario Bava e Antonio Margheriti. Tutto ciò non ha impedito al film di aggiudicarsi un premio Oscar per gli effetti speciali. A meno di vent’anni da quello che sarà il vero allunaggio, la luna è qui un paesaggio molto più cupo e montagnoso di come si sarebbe rivelato. In compenso, è il primo film in cui, realisticamente, per sopravvivere sull’astro gli avventori devono essere dotati di una tuta con l’ossigeno.

Altrettanto modesto è Project Moonbase (Richard Talmadge, 1953), film che oggi si ricorda più che altro per la sua ideologia a favore della parità dei sessi, dato che il Presidente degli Stati Uniti è qui una donna. È inoltre da notare come il film sia ambientato nel 1970, dunque gli sceneggiatori hanno sbagliato solo di un anno i loro pronostici. First Men in the Moon (Nathan Juran, 1964) è invece un film divertente tratto da un romanzo di H. G. Wells. Se si eccettua la veloce comparsata nel capostipite di Méliès, è forse il primo film in cui appare il popolo dei seleniti, mostri vagamente antropomorfi, dal brutto carattere ma pacifici.

Dopo la fatidica data del vero allunaggio, peraltro, le cose sullo schermo non cambiano in modo rivoluzionario. Moon Zero Two (Roy Ward Baker, 1969), primo film britannico sull’argomento, ha ancora ben poco di realistico. Si tratterebbe anzi di un film disastroso se non ci fosse una buona dose di autoironia e un gusto dichiaratamente ludico nelle scenografie e nei costumi. Al John Sturges di Marooned (1969), invece, interessa semplicemente sfruttare il clamore per i recenti avvenimenti. Qui non si parla direttamente di viaggi sulla luna, ma i riferimenti alla missione dell’Apollo 11 sono evidenti. Con la sua propensione al sensazionalismo, però, il film sembra anticipare piuttosto il sottogenere catastrofico inaugurato l’anno successivo da Airport.

Com’è noto, a distanza di pochi anni dall’allunaggio cominciarono a diffondersi teorie secondo cui l’evento non è stato altro che un enorme falso storico ottenuto grazie a trucchi cinematografici. Teorie di cui si rende conto almeno in un paio di film. Capricorn One (Peter Hyams, 1978) è il racconto di un finto sbarco su Marte con chiari riferimenti alla missione Apollo. Al di là della dietrologia che lo sottende, si tratta di un film ben girato e sufficientemente appassionante. Molto più di recente lo stesso tema è stato ripreso da Operation Avalanche (Matt Johnson, 2016), girato con lo stile del mockumentary, ovvero del falso documentario. Un divertente esercizio di regia dalle tonalità vintage. Qui inoltre si fa riferimento alla diceria che vuole Stanley Kubrick autorevole complice dell’ipotetico complotto lunare, in virtù delle tecniche che aveva sperimentato in 2001: A Space Odyssey (1968) per ricreare in maniera credibile qualsiasi ambientazione. Nel documentario Room 237 (Rodney Ascher, 2012), fra l’altro, si sostiene che Kubrick avrebbe confessato tale collaborazione segreta disseminando indizi in tal senso all’interno di Shining (1980).

Un falso documentario è anche il fanta-horror Apollo 18 (Gonzalo Lopez-Gallego), che adotta più precisamente lo stile del falso found footage, ovvero il video girato da vittime di orrori vari e poi montato da chi lo ha ritrovato. Partendo dal fatto vero di una missione del programma Apollo che fu cancellata, gli autori immaginano rivelazioni sconcertanti su ciò che si annida sulla superficie lunare. Il film si risolve in uno dei tanti epigoni di The Blair Witch Project, e non dei più riusciti, nonostante l’originale ambientazione. Si torna invece a farsi prendere completamente la mano dalla fantasia in Iron Sky (Timo Vuorensola, 2012), storia di una nuova missione statunitense sulla luna che porta alla scoperta di un insediamento di nazisti, rifugiatisi sul satellite dopo la guerra.

A conti fatti, si può concludere che i migliori film sull’argomento sono quelli più cronachistici e fedeli agli avvenimenti reali. Come Apollo 13 (Ron Howard, 1995), avvincente e accurata ricostruzione della famosa missione fallimentare del 1970; l’australiano The Dish (Rob Sitch, 2000), che racconta la missione dell’Apollo 11 dall’insolito punto di vista del radiotelescopio a cui fu affidata la mondovisione televisiva, o come l’interessante documentario candidato all’Oscar For All Mankind (Al Reinert, 1989), che riassume tutta la lunga avventura del programma Apollo. In Hidden Figures (Theodore Melfi, 2016), storia della matematica afroamericana della Nasa Katherine Johnson, l’impresa del 1969 è invece inserita nel contesto delle battaglie dell’epoca contro le discriminazioni razziali.

Non mancano, poi, film che in qualche modo riguardano la luna senza però raccontare di allunaggi. Moon, film diretto nel 2009 da Duncan Jones, figlio di David Bowie, è un film affascinante che a conti fatti non mantiene tutte le promesse, ma che in qualche modo fa riemergere simbolicamente il senso di mistero che la luna emanava prima del 20 luglio del 1969 attraverso l’inquietante racconto di una crisi di identità. È invece tanto una favola quanto una metafora ecologica Mune (Benoît Philippon e Alexandre Heboyan, 2015), film d’animazione con protagonista un piccolo guardiano della luna.

La luna come simbolo di sogno e di meta ancora oggi avvolta dall’aura dell’utopia, in fondo la troviamo anche in una scena che ha segnato come poche altre l’immaginario collettivo degli anni Ottanta, ovvero quella di E.T. (Steven Spielberg, 1982) in cui l’alieno e il suo piccolo amico umano volano nel cielo notturno in sella a una bici, sullo sfondo di una luna tanto grande da apparire irreale. In piena epoca reaganiana, e sapendo quanto gli americani avessero tenuto alla supremazia dello spazio nei confronti dei rivali sovietici, è un gesto davvero poetico e per niente scontato quello con cui Spielberg restituisce la luna a una dimensione in qualche modo altra, che sia sottilmente onirica o anche solo aliena. Inoltre, mostrando in controluce la silhouette dei due protagonisti come nelle ombre cinesi, il film chiude idealmente il cerchio con il cinema dei primordi.

di Emilio Ranzato

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19 settembre 2019

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