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Utopia architettonica

· ​Il Bauhaus in mostra a Parigi ·

Oskar Schlemmer Costumi del Balletto triadico (1922, copia presentata a Parigi)

Esperienza artistica, umana, sociale e apolitica vissuta da una comunità di alcune centinaia di persone nel periodo tra le due guerre in tre città tedesche, Weimar, Dessau e poi Berlino — il Bauhaus, termine composto da bauen (costruire) e da Haus (casa), è da alcuni giorni oggetto di una grande mostra al Museo delle Arti Decorative di Parigi, dove sono esposte non meno di novecento opere: oggetti, mobili, tessuti, disegni, plastici, dipinti. «Non uno stile, non un movimento, ma una vera scuola dove, in un arco di tempo limitato, dal 1919 al 1933, si è creato e sperimentato insieme», insiste la curatrice Anne Monnier, per abolire le frontiere tra artisti e artigiani, tra belle arti e arti decorative. «Una scuola per la quale sono passati molti artisti anonimi, che non si può ridurre a pochi nomi come Klee, Kandisky o Breuer, e che ancora oggi influenza tutti gli ambiti della società», aggiunge Olivier Gaber, direttore del Museo. 

L’architettura è la ragion d’essere dell’insegnamento al Bauhaus, come testimoniano le prime parole del manifesto di Gropius: «Lo scopo di tutta l’attività plastica è la costruzione». Questa affermazione «segna il punto di partenza del suo ragionamento utopistico che pone la creazione sotto l’egida dell’architettura», afferma la ricercatrice Louise Curtis, che figura tra gli autori dell’imponente catalogo dedicato alla mostra. A suo parere, il primo direttore del Bauhaus «celebra anche l’idea di un rinnovamento al tempo stesso spirituale e sociale grazie al lavoro collettivo dell’artista e dell’artigiano». Tutti i laboratori devono dunque collaborare in vista di un progetto comune: lavori in metallo, pittura su vetro, decorazione murale, rilegatura di libri, falegnameria, scultura, stampa, fotografia, tipografia, tessitura, ceramica, teatro. Paradossalmente, il dipartimento dedicato all’architettura sarà aperto solo nel 1927 a Dessau.
Sperimentazione fugace rispetto alla storia dell’arte, vissuta da circa 1250 studenti nella Germania dell’est, il Bauhaus ha acquisito una dimensione universale dopo il suo scioglimento, con la diaspora di molti suoi membri in tutto il mondo, soprattutto in America del Nord, ma anche, per esempio, in Israele, a Tel Aviv. Rimangono comunque uniti da quell’esperienza. Oskar Schlemmer, che insegnava teatro al Bauhaus, diceva: «Per tutti noi che abbiamo vissuto al Bauhaus a questa parola è associato un potere magico e ancora oggi, grazie a esso, rimaniamo legati gli uni agli altri nel vasto mondo». 

di Charles de Pechpeyrou

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24 agosto 2019

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