Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

In uscita da noi stessi

· Il tema del rapporto con la fede visto dal monaco benedettino Mauritius Wilde ·

C’è un’amplissima letteratura sul tema della fede. Della sua natura, della sua consistenza, del suo rapporto con la ragione, della sua propagazione. Meno frequente è la speculazione intorno al tema di come si possa e si debba viverla. Di come, oltre le regole dei comportamenti etici cristiani, ci si possa e debba distinguere nel mondo in ragione della professione di fede in Gesù. È il lavoro in cui si cimenta Mauritius Wilde, monaco benedettino tedesco di Münsterschwarzach, attualmente priore della Badia primaziale di sant’Anselmo in Roma e professore di teologia all’ateneo Anselmianum, nel suo originale nuovo libro Uscire allo scoperto (Brescia, Queriniana Editrice, 2019, pagine 240, euro 25) edito in Italia e già pubblicato anche nelle edizioni inglese e tedesca.

Il punto di osservazione da cui partono le riflessioni di padre Wilde è quello di una società che tende sempre più a relegare il fenomeno religioso e spirituale alla sfera delle questioni personali private. E non si tratta soltanto di un pudore indotto dalla diffusa secolarizzazione della società. Ma principalmente da una innata autoreferenzialità che ci induce a relegare il rapporto con Dio all’ambito più intimo del nostro essere: «Pur immersi profondamente nella fede condividiamo poco le nostre esperienze con gli altri». Al contrario vivere esprimendo la propria fede significa fare missione della propria fede. Essere nella fede con la propria vita, e non solo con i propri convincimenti, è testimonianza missionaria. E si fa missione della propria fede non solo perché ciò risponde all’esortazione evangelica, ma soprattutto perché Dio stesso è missionario.

Dio infatti fuoriesce da sé. Il Figlio dal Padre, e lo Spirito Santo dal Padre e dal Figlio; come pure ricorda sant’Agostino. La fede — spiega padre Wilde — non è un esercizio logico ma un processo relazionale, vive esclusivamente dentro a una relazione, con Dio e con il germe divino che ha indotto in ogni uomo. Dobbiamo, dice, passare da «una fede imparata ad una fede vissuta». Negare il carattere relazionale della fede conduce in definitiva a negare la relazione stessa di Dio con l’uomo nella storia. Eppure l’affermazione della fede ha indubitabilmente concorso alla storia dell’umanità. Un esempio tra i tanti possibili è rappresentato dallo sviluppo e dalla diffusione del concetto di amore nella storia dell’uomo, segno distintivo e specifico dei cristiani. E cita al proposito Heinrich Böll: «provate a immaginare un mondo in cui non ci fosse stato Cristo».

Ma, appurato che la fede è tale solo se da noi esce e ci distingue, il libro del benedettino tedesco si svolge lungo un percorso teso ad indicare come questa relazionalità debba poi esprimersi, come la testimonianza della nostra fede possa e debba darsi. E le indicazioni che ne conseguono, semplici e profonde allo stesso tempo, si configurano per il lettore che volesse interiorizzarle come un vero e proprio corso di esercizi spirituali.

Il rimando più immediato, nei contenuti ma ancor più nello stile usato dall’autore, è alla Evangelii gaudium di Papa Francesco. Non è un problema solo di inibizione alla testimonianza — scrive l’autore — ma anche delle modalità stesse della testimonianza. Per esempio a volte si trasmette la fede con un senso di frustrazione o timidezza, o con una compostezza che spesso declina nella gravosità: eppure si tratta di una cosa lieta, gioiosa. Troppo spesso scordiamo nelle nostre preghiere, meditazioni e liturgie che Vangelo vuol dire “buona notizia”, una gioiosa notizia. Oppure altrettanto spesso i nostri dubbi, le nostre incertezze nella fede, ci creano timore e resistenza a testimoniarla. Senza comprendere che se al contrario mettiamo un po’ del Tommaso dubbioso nella nostra testimonianza riusciremo a essere senz’altro più convincenti. Siamo sempre chiamati a manifestare la nostra fede anche se imperfetta. Non dobbiamo mai scordarci che l’incarnazione avviene nel corpo di un’umanità fragile.

Tre sono i suggerimenti che l’autore indica per una buona ed efficace testimonianza di fede. Primo, iniziare con la preghiera e il silenzio. Come già in Gesù, la missione scaturisce dal silenzio, approda al silenzio. Egli nasce dal silenzio (Sapienza, 18, 41), il lògos viene dal silenzio. E la preghiera è l’anticipazione di quella unione con Dio che è alla base della nostra fede, quella unione che perseguiamo come fine e senso della nostra esistenza. Il secondo suggerimento è quello di applicare quello che hai da dire innanzitutto a te stesso. Testimoniare la propria fede implica necessariamente un processo di conversione continua. Il primo destinatario della mia testimonianza sono io stesso. Gli altri, prima che ascoltarmi, mi osservano, guardano alla mia coerenza, al mio cuore aperto, alla mia genuinità. Anche le mie debolezze possono essere edificanti, se non le nascondo. E per fare questo occorre coraggio, dice il terzo suggerimento: il coraggio della sincerità verso se stessi, il coraggio di cercare e svelare la bellezza che Dio ha introdotto nei nostri cuori, il coraggio narrato dalla parabola dei talenti.

Suggerimenti che padre Wilde disegna con l’umiltà di chi non ha altro da insegnare che il proprio percorso di fede. Non si pone in cattedra, ma, come si dice, ci mette la faccia, rimandando di frequente alle sue esperienze di vita vissuta. Genuinamente, umilmente, senza imbarazzi. Come si conviene a un vero maestro, che è colui che non trasmette un pensiero ma se stesso. Uscendo allo scoperto dinanzi a tutti. 

di Roberto Cetera

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE